“Le nostre prigioni”

Prendi 270 persone e mettile dove ce ne dovevano stare 155. È il carcere di Trieste. Neppure tra i peggiori d’Italia, direi quasi tra i migliori se ne avessi visti 50 e non 5.

Ci siamo stati il 15 settembre scorso, con la prima Commissione. Del Direttore Sbriglia – non esattamente un compagno maoista – è difficile avere un giudizio negativo: ci porta a vedere ogni piastrella del carcere, uffici, parti comuni, cucine, laboratori. Ci racconta la sua ricetta per le carceri: amnistia e abbattimento delle fattispecie penalmente sanzionate. Ci fa entrare dentro le celle: qualche minuto in un palmo di metri quadrati dove decine di detenuti passano qualche anno. Ci porta nell’isolamento. Senza scuse di sicurezza e privacy. Infatti: nessuno è scappato e nessuno ci ha denunciato.

Una settimana dopo, per dare seguito al sopralluogo, riteniamo di proporre una bozza di mozione, con la quale – aderendo alle competenze che ci sono proprie – chiedere a Sindaco e giunta di impegnarsi a porre in essere alcune azioni concrete, a sostegno del lavoro dei detenuti. Perché è così: chi in carcere viene introdotto seriamente in una professionalità, quando esce non rientra più.

E insomma, è a ciò che il carcere dovrebbe mirare.

Elaboro una bozza di mozione, che – tutto sommato – incontra suggerimenti, proposte emendative, ma non ostacoli o preclusioni insuperabili.

Nelle more si aggiunge anche l’intervento dello stesso Direttore Sbriglia, che ci invia alcuni suggerimenti per emendamenti aggiuntivi e una “lista della spesa”: si chiede che il Comune si impegni a donare una lista di attrezzature e arredi di cui il carcere ha bisogno. La lista è nutrita, si va da stucchi e vernici per tinteggiare la carceri, a 40 frigoriferi, lampade, plafoniere, abbonamenti ai giornali.

E su questi punti le cose non vanno più tanto lisce. Più o meno da destra si obietta:

a) Perché comprare i frigoriferi ai carcerati, ai colpevoli, ai condannati (o agli “in attesa di giudizio”) – drogati, spacciatori, omicidi – quando i nostri anziani, i nostri bisognosi, i bambini nei nostri asili, nostri della nostra gente che ha lavorato onestamente, avrebbero bisogno di tante cose?

b) Perché sostituirsi all’amministrazione penitenziaria nell’acquisto degli arredi?

Abbozzo un paio di risposte, laicamente, per riflettervi.

a) Perché le case di riposo che non rispettano gli standard di dignità vanno chiuse de imperio. Invece le carceri non rispettano alcuna soglia minima di dignità, ma non possono chiudersi.

Perché confrontare la fondatissima e grave scarsità infrastrutturale della scuola pubblica con le condizioni di dignità delle carceri è demagogico e improprio. Perché i frighi non servono a tener fresca la coca-cola, bensì ad evitare che i cibi e le bevande si deteroiorino, creando malattie che si trasmettono ai detenuti, ma anche agli operatori di polizia penitenziaria. Perché il Sindaco è il garante della salute pubblica. Perché gli scarrafoni e i buchi nel muro da cui entrano li abbiamo visti  con i nostri occhi.

b) Perché noi o non lo Stato? Perché lo Stato non lo farà mai: perché le carceri non portano consenso, non portano voti. Forse per altri motivi,  ma – questa è storia – non l’hai mai fatto.

Ciò detto, credo che il tema del lavoro delle persone in esecuzione penali sia del tutto prioritario. Su tutto il resto parliamone, discutiamo. Dividiamoci, mandiamoci a cagare. Facciamoci mandare a cagare. Ma sul lavoro dei detenuti non ci sono scuse: la si veda nella prospettiva della dignità di chi lavora; della “recidiva indiretta” della famiglie che perdono il reddito (magari criminale) del familiare che è in carcere, e quindi si attivano nello stesso settore (criminale); dell’abbattimento dei livelli di recidiva – inoppugnabile – di chi impara un mestiere, e non torna a delinquere, perché avere un lavoro è tutto sommato meglio di andare a rubare; dell’aumento di sicurezza all’esterno del carcere che crea l’abbattimento di recidiva.

Ne riparliamo giovedì prossimo.

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2 thoughts on ““Le nostre prigioni”

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