Av(v)entino (la ragione)

Ieri sera consiglio comunale surreale: dopo le procedure di elezione di tre commissioni (pari opportunità, sala comunale d’arte e civico museo Risiera), l’aula è stata impegnata per ore a discutere una mozione (alla fine due) di condanna alla violenza nei fatti di Roma. Come dire: strettissima attinenza alla comunità territoriale, grande probabilità di incidere politicamente (direttamente o indirettamente) sulle vicende.

Come se non bastasse, dopo che la mozione (urgente) era stata presentata a partire dall’input pdl (ecco il testo originario), sono stati depositati un po’ di emendamenti (manco da noi, bensì da IDV e 5stelle, ecco i testi 1, 2, 3, 4): emendamenti non particolarmente brigatisti, che volevano includere – ad esempio – un plauso ai manifestanti che si sono adoperati per isolare i teppisti, eppure emendamenti che i proponenti non hanno ritenuto di accogliere, nemmeno in minima parte. Di fronte a tale chiusura, la maggioranza ha deciso di redigere una mozione che includesse il contenuto di quella originaria e di alcuni emendamenti (ecco il testo), per bo

cciare la loro, e accogliere quella che includeva la loro, inclusi gli emendamenti. Il Pdl chiede l’appello nominale (non si vota premendo il tastino, bensì dicendo ‘si’ o ‘no’), in modo tale che “risuoni chiaro dalle parole dei consiglieri il loro si alla violenza” (sic!). Respinta la loro mozione, ecco la messinscena: parte dell’opposizione (Pdl, Lega, Lista Dipiazza, Fli) abbandona l’aula, accompagnando il gesto con barbariche urla. C’è chi urla di meno, c’è chi urla di più: questa speciale classifica vede certamente in testa il consigliere Piero Camber che da a Giovanni Maria Coloni del ‘blasfemo‘ (sic sic) e a Stefano Ukmar del ‘fascistello‘ (che vale, presumibilmente, un po’ meno di ‘fascista’). Uno spettacolo davvero edificante. Il sospetto che ciò vada riconnessa alle recenti considerazioni della stampa locale, di cui si è parlato in queste pagine, è certamente infondato.

Il Capoguppo PD al termine del Consiglio

E mentre ci tocca stare delle ore ad impegnare la nobile aula comunale con queste messinscene, nel frattempo – proprio ieri mattina – abbiamo depositato, il consigliere Stefano fascistello Ukmar ed io, questa proposta di modifica al regolamento comunale per la riscossione dell’ICI, che intende fare chiarezza sull’annosa problematica delle pertinenze, recentemente oggetto di un mutamento in parte legislativo, in parte giurisprudenziale. Cercando di sintetizzare l’insintetizzabile: immaginate un immobile con giardino; l’area su cui sorge permette ancora indici di edificabilità, di cui il proprietario non ha alcuna intenzione di servirsi. Se l’immobile è prima casa, è esente da ICI dal 2008. Ma se il giardino è area edificabile, può essere considerato patrimonio autonomamente tassabile: salvo che non  giardino e casa non siano pertinenziali (il giardino serve la casa e null’altro) e mappati insieme. In questo caso, area fabbricabile e immobile vanno considerati come se fossero un bene unico, e se l’immobile fosse prima casa, è tutto esente da ICI. La proposta di modifica cerca di fotografare questa situazione, determinata dall’evoluzione combinata di giurisprudenza e normativa, all’incirca dal 1992 ad oggi, e divenuta praticamente molto impattante a partire dall’introduzione dell’esenzione ICI sulla prima casa. Eppure non è solo un modo per chiarire in quali casi l’ICI non è dovuta: infatti mappando giardino e immobile insieme, può emergere una proprietà accatastata come A7 (villini, no giardino, esente da ICI), che invece sarebbe A8 (villa, con giardino, non esente da ICI). Ovvero esattamente il caso contrario: un immobile che prima risultava esente da ICI, e che invece dovrebbe pagarla.

Insomma, un poco casin. Certamente tutto molto più noioso rispetto alla gazzarra sulla condanna della violenza in relazione ai fatti di Roma, eppure – chissà – forse un po’ più attinente alla nostra funzione

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