23/12 n. 3: L’emendamento crocifisso

Prologo (a scanso di equivoci). Il sottoscritto – a differenza del Governo italiano – ritiene che il crocefisso sia un simbolo religioso e non un simbolo culturale. Il sottoscritto ritiene che negli edifici pubblici, e in particolare in quelli ove si svolge la formazione (scuole), il giudizio sulla base delle leggi (tribunali), il dibattito e la decisione politica (Circoscrizioni, Comuni, Province, Regioni, Camere), i simboli religiosi siano fuori posto.

Tantomeno se i simboli sono soltanto uno, e sempre lo stesso.

Il sottoscritto ritiene altresì che i 200 cassintegrati della Sertubi siano motivo di preoccupazione prioritari rispetto alla presenza del crocefisso nelle aule, in particolar modo a un livello di governo – quale è il Comune – che può fare poco per i cassintegrati della Sertubi, ma niente per il crocefisso.

Ciò detto: Crocefisso.

Gran carnaio in Aula il 23 dicembre, in perfetta atmosfera prenatalizia.

Il regolamento per le scuole dell’infanzia (nanetti da 3 a 6 anni), come approvato alla fine della scorsa consiliatura, prevedeva il seguente comma: “In tutte le sezioni e nella mensa della scuola dell’infanzia si prevede la presenza del crocifisso”.

Il comma era stato approvato in una gran polemica, giunta anche all’orecchio della stampa nazionale (vedi il Giornale).

La Federazione della Sinistra propone quindi un emendamento, con cui si intende abrogare il comma.

Leggere tre volte: propone la mera abrogazione del comma.

Si scatena il putiferio in aula, che coinvolge anche consiglieri solitamente refrattari alla polemica demagogica ed anzi piuttosto composti.

 Tutto ciò perché si legge l’emendamento in questione come se vi fosse scritto: “In tutte le sezioni e nella mensa della scuola dell’infanzia è vietata l’esposizione del crocifisso”. Una lettura – quantomeno – sbagliata, se non ideologicamente falsa.

A mio avviso, togliere il comma in questione dal regolamento era giusto.

Un regolamento comunale non ha alcuna competenza a disciplinare un tema del genere: ammettendo che l’abbia, come a Trieste si prevede la presenza del crocefisso, a Muggia se ne potrebbe prevedere il divieto, a Sgonico l’obbligo di rimozione, a Duino il divieto di rimuovere quelli già appesi… Un’assurdità, in una materia che tocca l’esercizio della libertà religiosa, e sulla quale – pertanto – dovrebbe intervenire la sola legge.

Insomma: l’abrogazione del comma in questione non equivaleva affatto alla rimozione del crocefisso (…”magari fosse stato, qualcuno dirà…”): la materia continuerebbe a essere regolata dalla selva di anticaglie normative che oggi regolano l’esposizione del crocefisso nelle scuole e in altri edifici pubblici.

In aula, invece, si sono sentite follie, provenienti dall’intero settore di destra.

Tanto che, in considerazione del fatto che l’abrogazione del comma in questione non avrebbe comportato alcuna conseguenza pratica, nel corso della mattinata mi ero faticosamente orientato a non prendere parte alla votazione, piuttosto che votare favorevolmente all’emendamento (come ritenevo corretto), perché la discussione era talmente strumentale rispetto all’oggetto del contendere, che avrei volentieri rinunciato a prestarmi a tale gioco.

Devono averla pensata similmente i presentatori che, infatti, hanno ritirato l’emendamento, «perché a volte ciò che è giusto non è contemporaneamente opportuno, e visto il clima dell’aula, è opportuno ritirare l’emendamento» (cit. quasi testuale da Andolina).

Non so chi abbia vinto, ma visto lo spettacolo, temo che la risposta esatta sia: nessuno.

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23/12 n. 2: Welfare padano? No grazie.

Cancellate le norme discriminatorie.

Nella predisposizione delle graduatorie per l’accoglimento dei bambini nelle scuole dell’infanzia si tiene conto del requisito della residenza di almeno uno dei due genitori nella città di Trieste.
Secondo la seguente tabella:

Anni di residenza

Punteggio

Fino a 5 anni

1

Da 5 anni e 1 mese fino a 10 anni

2

Più di 10 anni

3

Così recitava l’articolo, approvato nella scorsa consiliatura su sponsorship leghista, che è stato abrogato con il voto del Consiglio comunale nella seduta dello scorso 23 dicembre.

Il welfare sociale targato Lega è stato già dichiarato illegittimo in numerose occasioni, in quanto indirettamente discriminatorio e perciò in contrasto con le libertà fondamentali sancite dai Trattati europei.

Sul punto si è pronunciata pure la Corte costituzionale, proprio in riferimento a una recente normativa della Regione autonoma FVG.

E, quel che dovrebbe convincere i leghisti stessi – perché pecunia non olet – è che introdurre misure illegittime costa: non più di tre giorni fa abbiamo preso atto di un debito fuori bilancio, che derivava proprio dall’eredità che abbiamo ricevuto fatta anche di queste scellerate politiche.

Escludo i non residenti (leggi stranieri) da un prestazione sociale: se hanno i mezzi si rivolgono a un giudice e vincono. E il Comune (giustamente) paga la prestazione, i danni e le spese legali.

Interessanti gli emendamenti della stessa Lega sul punto. Faccio un solo esempio, il più fulgido: siccome pure loro hanno capito che la residenza è considerata un elemento indirettamente discriminatorio (si vogliono, in realtà, colpire gli stranieri), si inventano il seguente emendamento (a scanso di equivoci, bocciato!): i punti bonus vengono attribuiti sulla base dell’anzianità contributiva sul territorio.

Cioè: se ho 23 anni, trovo lavoro a Trieste – assieme a mia moglie / mio marito o la mia / il mio compagna/o – mi ci trasferisco e, nonostante tutto e tutti, decidiamo di mettere al mondo una creatura, quando si tratterà di iscriverla alle scuole per l’infanzia comunali, saremo penalizzati rispetto al notaio 40enne che da 15 anni versa contributi nel Comune. Possiamo anche immaginarla senza il trasloco: finisco di studiare, comincio a lavorare, metto al mondo un figlio che verrà penalizzato rispetto al figlio del farmacista 45enne che versa contributi da 20 anni nel territorio del Comune.

Splendido. Una vera follia. Che si sappia: questi sono quelli che blaterano di mancanza di equità, di difesa della propria gente, etc…

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23/12 n. 1: Gente della notte

In forza di una convenzione stipulata tra Comune di Trieste e Università degli Studi di Trieste l’emeroteca di piazza Hortis prolungherà – a partire dal prossimo maggio – il suo orario di apertura, dal lunedì al venerdì, fino alle 23.30. Una piccola cosa, a cui tenevamo, a cui tenevo: e ci siamo.

Ho chiesto a sior Italo – che aveva appena fumato la sua ultima sigaretta – cosa ne pensasse.

Ha detto di essere molto d’accordo. E ha ricominciato a fumare.

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Liberi (quasi) tutti

Una buona notizia prenatalizia: liberi gli ostaggi della nave “Savina Caylyn” in mano da parecchi mesi ai pirati somali. Tra loro il concittadino Eugenio Bon, primo ufficiale di coperta. La stampa cita tra i membri dell’equipaggio – non più in mano agli ostaggi – anche Giuseppe Lubrano Lavadera, comandante della nave, e Crescenzo Guardascione, terzo ufficiale di coperta, entrambi di Procida; Gianmaria Cesaro, allievo di coperta, di Sorrento; Antonio Verrecchia, direttore di macchina, di Gaeta.

Manca dunque soltanto il consigliere comunale (e regionale) del Pdl Maurizio Bucci (foto, e didascalia, tratta da Il Piccolo).

 

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Non solo monomarca

Stasera, lunedì 12 dicembre, Consiglio comunale: questo l’ordine dei lavori.

Highlight: delibera su Piano Settore Commerco (leggi cd. monomarca). Ecco il testo della proposta di delibera. Ora scappo, scusate: le riunioni pre-consiglio cominciano alle 16 e devo correre a Udine Nord per non farmi scappare l’ultima offerta da Decathlon.

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SacrifICI per la Chiesa?

In questi giorni impazza su internet la questione della cd. esenzione dallICI dei beni della Chiesa. Che poi dovremmo dire Imu, ma non complichiamo le cose. Non avendo di meglio da fare, ho pensato di buttarmici in mezzo. Perché no? Provo a districare il mio punto di vista.

Primo punto, che poi sarà anche l’ultimo (ma, occhio, in mezzo c’è il colpo di scena). Parlare di esenzione dall’ICI dei beni della Chiesa è un abbaglio, persuasivamente affascinante, ma infondato. E come partire con il cartello sbagliato alla manifestazione. Come andare al Meazza con la sciarpa del Milan. Un po’ come la leggenda del referendum sull’acqua pubblica.

La domanda a cui tutti siamo interessati, si può sintetizzare come segue: se non voglio pagare l’ICI sulla prima casa, o ancora meglio sulla struttura alberghiera, mi conviene comprare una Chiesa o – più modestamente – costruire una cappella?

La risposta sarà un po’ lunghina, ma (almeno nelle intenzioni) puntualmente documentata.

In una selva di stratificazione normativa, infatti, le esenzioni che ci interessano sono previste dall’art. 7 del Dlgs 405 del 1992 (governo Amato):

– lett d) «i fabbricati destinati esclusivamente all’esercizio del culto, purché compatibile con le disposizioni degli articoli 8 e 19 della Costituzione, e le loro pertinenze»;

– lett. e): i fabbricati di proprietà della Santa Sede indicati negli articoli 13, 14, 15 e 16 del Trattato lateranense, sottoscritto l’11 febbraio 1929 e reso esecutivo con legge 27 maggio 1929, n. 810;

– lett i): «Gli enti sono individuati dall’art. 87, comma 1, lett. c, del Testo unico delle imposte sui redditi e successive modificazioni» ora riformulato sub art. 73, lett. c) del T.U.

Per farla breve, la vera gatta da pelare, già dal 1992 è stata la lett. i). Il molteplice rinvio esantava infatti enti non commerciali (requisito soggettivo) che esercitano determinate attività (requisito oggettivo) considerate meritorie dalla legge: attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative, sportive.

Primo inghippo. La Cassazione interviene nel 2004 (n. 4645 dell’8 marzo 2004), e dice, più o meno: oibò, qui non c’entra la natura del soggetto, né la sola attività. C’entra non solo chi sei e cosa fai, ma anche come lo fai. Se svolgi le attività in forma commerciale, allora paghi l’ICI.

Panico.

Interviene, per fare “chiarezza”, una norma interpretativa (leggi retroattiva) di un decreto legge (che non sarà convertito, e quindi decadrà).

Governo Berlusconi, art. 6 del dl 17 agosto 2005, n. 163, il provvedimento è divertente fin dal titolo del Decreto: misure urgenti in materia di infrastrutture.

La norma prevedeva che l’esenzione si dovesse intendere «applicabile anche nei casi di immobili utilizzati per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura di cui all’articolo 16, primo comma, lettera b), della legge 20 maggio 1985, n. 222, pur se svolte in forma commerciale se connesse a finalità di religione o di culto».

A mio modesto avviso un’assurdità, sia perché è totalmente insensibile alle modalità con cui si esplica l’attività, ma soprattutto perché applicabile alla sola Chiesa (e non a tutto il no profit).

Il DL, però, non viene convertito, e la materia viene presa in carico da successivo provvedimento (ancora Governo Berlusconi, articolo 7, comma 2-bis del D.L. 203/2005), che interpreta autenticamente (leggi retroattivamente) il punto: l’esenzione (disposta dall’articolo 7, comma 1, lettera i, del decreto 30 dicembre 1992, n. 504) «si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera a prescindere dalla natura eventualmente commerciale delle stesse».

Non conta come si esercita l’attività, l’importante è essere uno degli enti sopra individuati, e svolgere una fra le otto attività che delimitano l’esenzione (assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive). Si toglie l’assurda limitazione ai beni della Chiesa, ma non le perplessità sullo svoglimento in forma commerciale dell’attività.

E infatti non è affatto finita.

Nel c.d. decreto Bersani si interviene per dare una stretta a una situazione che si faceva piuttosto larga, anche perché della faccenda incominciano a interessarsi da Bruxelles i maestri dell’antitrust.

Per orientarsi bisogna riferirsi alla norma di cui all’articolo 7, comma 2 bis, del Dl 30 settembre 2005 n. 203 (conv. con modif., nella legge 2 dicembre 2005, n. 248), così come sostituito dall’art. 39, comma 1, del decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modifiche, nella legge 4 agosto 2006, n. 248): «l’esenzione disposta dall’articolo 7, comma 1, lett. i, del d.lgs. n. 504 del 1992, si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera che non abbiano esclusivamente natura commerciale».

Riepilogando: l’esenzione spetta se si tratta di un’ente tra quelli indicati (requisito soggettivo) – quindi Chiesa, enti ecclesiastici, ma anche (come diceva Veltroni) tutto il no profit – che svolga una delle otto attività identificate come meritorie (primo requisito oggettivo) che non abbiano esclusivamente natura commerciale (secondo requisito oggettivo).

Si riporta spesso, a titolo di esempio, il baretto dell’associazione sportiva, così come il ricovero delle suore per i parenti di persone ospedalizzate. Entrambi non pagano l’ICI.

Resta peraltro il capitolo concorrenza, niente affatto scontato. Banalizzando: e il baretto sull’altro lato del marciapiede rispetto all’associazione sportiva? E il B&B di fronte al ricovero delle suore? Loro restano fregati?

Secondo la logica della legge si dovrebbe rispondere abbastanza comodamente: “si”.

Ma potrebbe non essere sufficiente, soprattutto sull’altare (!) delle norme antritrust dell’UE che, infatti, ha per due volte aperto (e chiuso) un’indagine, ma che recentemente è tornata a interessarsi della questione (decisione prevista in giugno 2012). Risparmio però i dettagli di questa partita. Salvo dire che starei attento a preferire a tutti i costi – pur di mangiare i preti – le ragioni della concorrenza a quelle della solidarietà, (beninteso) purché la seconda sia tale.

Aggiungo piccolo grande problema: la particolarità degli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti che sono enti fiscalmente non commerciali. E non possono mai perdere questa qualifica; tutti gli altri enti non profit la perdono automaticamente se svolgono attività esclusivamente commerciale (vedi art. 149 T.U. 22/12/1986, n. 917, commi 1 e 2 per la regola, comma 4 per l’esenzione, estesa anche alle associazioni sportive dilettantistiche).

Se sei un ente non commerciale laico e non sportivo, e svolgi attività commerciale, perdi la tua qualifica. Se sei un ente ecclesiastico o sportivo e svolgi attività commerciale, resti enti non commerciale.

Morale della favola: la legge è giusta o sbagliata? Risposta sintetica: Bu.

Unico dato certo: è quasi impenetrabile, come dimostra questo modesto report.

Aggiungerei che la formulazione che prevede che l’attività, per fruire dell’esenzione, non deve avere natura esclusivamente commerciale, mi sembra poco efficace. Perché la logica, mi pare, dovrebbe essere semmai rovesciata: si dovrebbe ammettere l’attività commerciale soltanto come appendice recessiva. Cioè l’esatto contrario: dovrebbe prevedersi che la natura sia prevalentemente non commerciale.

E tutte le videoinchieste?

Tutti i posti dove si pernotta così come in un qualunque albergo, che – pare – spesso non pagano l’ICI (posti dove anch’io sono stato, e non per ritirarmi in preghiera, e nemmeno per stare vicino a un parente ricoverato)?

Questo è il capitolo controlli, capitolo certamente serissimo.

Ma è altro capitolo. Per il quale è stata prevista – peraltro – un’immancabile commissione ministeriale, che dovrebbe servire proprio a chiarire le situazioni dubbie.

E per questo, a Trieste, per quanto posso fare mi preoccuperò di chiedere l’elenco degli immobili esenti ICI (sempre che ne abbia facoltà, ma direi di si), e vediamo cosa ne viene fuori.

Tutto qui? Direi di no.

Perché c’è un motivo serio per cui la questione ICI viene semplificata nel senso noto (“la Chiesa non paga l’ICI”): il motivo è che la ratio della legge, ovviamente generale e astratta, ma pure ispirata da una logica che non mi sentirei di demonizzare, finisce – in effetti – per essere ricondotta a beneficio (quasi) della sola Chiesa. Perché? Perché lo Stato italiano ha da mo’ “appaltato” un settore essenziale del welfare sociale alla Chiesa. E questo mi sembra essere il vero problema della laicità dello Stato italiano, preso dalla ciccia e non dalle pandette.

Anche nella mia poco confessionale città, mi pare difficile non riconoscerlo, la Chiesa svolge una consistente fetta di attività che garantiscono il permanere della pace sociale. E il motivo per cui i difensori dei sistemi più laschi di agevolazioni possono permettersi di dire che non si tratti di aiuti di Stato, bensì di aiuti allo Stato.

E finché lo Stato non si farà carico delle attività sociali che ha tacitamente “esternalizzato” – e mi sembrerebbe proprio il caso che se ne (ri)prendesse carico – temo che il discorso resti polemica. Polemica magari aggregativa (il nemico comune), e magari anche trattata, pure da mezzi di informazione dotati di una certa potenza conoscitiva, in modo molto approssimativo (un po’ come la storia dell’acqua pubblica). La storia della riconducibilità alla Chiesa 25% del patrimonio immobiliare italiano, ad esempio, mi pare verosimile quanto i coccodrilli nelle fogne. Visto però che il tema riemerge agli onori della cronaca puntualmente e sempre con la stessa efficacia (= 0), mi viene il sospetto che non si tratti che di una comoda arma di distrazione di massa.

In questa vicenda, la mozione di alcuni deputati Pd che chiede di «attivare le procedure per determinare il gettito che deriverebbe dalla tassazione del patrimonio immobiliare della Chiesa Cattolica» mi sembra un’iniziativa sensata, che va nel senso dell’acquisizione delle informazioni conoscitive per ragionare, e intervenire, seriamente. Meno sensato (sempre che la stampa riporti correttamente, non avendo trovato il testo della mozione) mi pare invece l’invito al Governo a chiedere un contributo «pari al 30% del totale del gettito stimato», perché – così posta – mi pare un’approssimazione fatta a chilo, che – a seconda della ratio che si assuma – potrebbe essere una pesante e ingiusta tassazione una tantum, oppure uno sconto irrazionale (perché solo il 30%?).

Per saperne di più:

IcostiDellaChiesa.it (inchiesta non esattamente cleticale – dell’unione atei agnostici razionalisti, ampia e documentata)

Un punto di vista giuridico pubblicato su avvenire (prof. Uckmar, da non confondere con Ukmar)

Una contropolemica bianca

Vaticano, Paga Tu (e permettetemi di aggiungere, seriamente, a questo punto: Svizzera, paga pure tu)

L’Avvenire, sul punto ICI

Post di Andrea Sarubbi (PD, non esattamente mangiapreti) sul punto

Il Post, quest’estate, perché per ogni manovra si riaccende la questione, ma non facciamo passi avanti, né indietro.

Sandro Magister [su segnalazione di Sandro Cuttin, che ringrazio]

Facci capire [su segnalazione di G. Ortolani, che non ringrazio]

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