SacrifICI per la Chiesa?

In questi giorni impazza su internet la questione della cd. esenzione dallICI dei beni della Chiesa. Che poi dovremmo dire Imu, ma non complichiamo le cose. Non avendo di meglio da fare, ho pensato di buttarmici in mezzo. Perché no? Provo a districare il mio punto di vista.

Primo punto, che poi sarà anche l’ultimo (ma, occhio, in mezzo c’è il colpo di scena). Parlare di esenzione dall’ICI dei beni della Chiesa è un abbaglio, persuasivamente affascinante, ma infondato. E come partire con il cartello sbagliato alla manifestazione. Come andare al Meazza con la sciarpa del Milan. Un po’ come la leggenda del referendum sull’acqua pubblica.

La domanda a cui tutti siamo interessati, si può sintetizzare come segue: se non voglio pagare l’ICI sulla prima casa, o ancora meglio sulla struttura alberghiera, mi conviene comprare una Chiesa o – più modestamente – costruire una cappella?

La risposta sarà un po’ lunghina, ma (almeno nelle intenzioni) puntualmente documentata.

In una selva di stratificazione normativa, infatti, le esenzioni che ci interessano sono previste dall’art. 7 del Dlgs 405 del 1992 (governo Amato):

– lett d) «i fabbricati destinati esclusivamente all’esercizio del culto, purché compatibile con le disposizioni degli articoli 8 e 19 della Costituzione, e le loro pertinenze»;

– lett. e): i fabbricati di proprietà della Santa Sede indicati negli articoli 13, 14, 15 e 16 del Trattato lateranense, sottoscritto l’11 febbraio 1929 e reso esecutivo con legge 27 maggio 1929, n. 810;

– lett i): «Gli enti sono individuati dall’art. 87, comma 1, lett. c, del Testo unico delle imposte sui redditi e successive modificazioni» ora riformulato sub art. 73, lett. c) del T.U.

Per farla breve, la vera gatta da pelare, già dal 1992 è stata la lett. i). Il molteplice rinvio esantava infatti enti non commerciali (requisito soggettivo) che esercitano determinate attività (requisito oggettivo) considerate meritorie dalla legge: attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative, sportive.

Primo inghippo. La Cassazione interviene nel 2004 (n. 4645 dell’8 marzo 2004), e dice, più o meno: oibò, qui non c’entra la natura del soggetto, né la sola attività. C’entra non solo chi sei e cosa fai, ma anche come lo fai. Se svolgi le attività in forma commerciale, allora paghi l’ICI.

Panico.

Interviene, per fare “chiarezza”, una norma interpretativa (leggi retroattiva) di un decreto legge (che non sarà convertito, e quindi decadrà).

Governo Berlusconi, art. 6 del dl 17 agosto 2005, n. 163, il provvedimento è divertente fin dal titolo del Decreto: misure urgenti in materia di infrastrutture.

La norma prevedeva che l’esenzione si dovesse intendere «applicabile anche nei casi di immobili utilizzati per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura di cui all’articolo 16, primo comma, lettera b), della legge 20 maggio 1985, n. 222, pur se svolte in forma commerciale se connesse a finalità di religione o di culto».

A mio modesto avviso un’assurdità, sia perché è totalmente insensibile alle modalità con cui si esplica l’attività, ma soprattutto perché applicabile alla sola Chiesa (e non a tutto il no profit).

Il DL, però, non viene convertito, e la materia viene presa in carico da successivo provvedimento (ancora Governo Berlusconi, articolo 7, comma 2-bis del D.L. 203/2005), che interpreta autenticamente (leggi retroattivamente) il punto: l’esenzione (disposta dall’articolo 7, comma 1, lettera i, del decreto 30 dicembre 1992, n. 504) «si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera a prescindere dalla natura eventualmente commerciale delle stesse».

Non conta come si esercita l’attività, l’importante è essere uno degli enti sopra individuati, e svolgere una fra le otto attività che delimitano l’esenzione (assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive). Si toglie l’assurda limitazione ai beni della Chiesa, ma non le perplessità sullo svoglimento in forma commerciale dell’attività.

E infatti non è affatto finita.

Nel c.d. decreto Bersani si interviene per dare una stretta a una situazione che si faceva piuttosto larga, anche perché della faccenda incominciano a interessarsi da Bruxelles i maestri dell’antitrust.

Per orientarsi bisogna riferirsi alla norma di cui all’articolo 7, comma 2 bis, del Dl 30 settembre 2005 n. 203 (conv. con modif., nella legge 2 dicembre 2005, n. 248), così come sostituito dall’art. 39, comma 1, del decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modifiche, nella legge 4 agosto 2006, n. 248): «l’esenzione disposta dall’articolo 7, comma 1, lett. i, del d.lgs. n. 504 del 1992, si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera che non abbiano esclusivamente natura commerciale».

Riepilogando: l’esenzione spetta se si tratta di un’ente tra quelli indicati (requisito soggettivo) – quindi Chiesa, enti ecclesiastici, ma anche (come diceva Veltroni) tutto il no profit – che svolga una delle otto attività identificate come meritorie (primo requisito oggettivo) che non abbiano esclusivamente natura commerciale (secondo requisito oggettivo).

Si riporta spesso, a titolo di esempio, il baretto dell’associazione sportiva, così come il ricovero delle suore per i parenti di persone ospedalizzate. Entrambi non pagano l’ICI.

Resta peraltro il capitolo concorrenza, niente affatto scontato. Banalizzando: e il baretto sull’altro lato del marciapiede rispetto all’associazione sportiva? E il B&B di fronte al ricovero delle suore? Loro restano fregati?

Secondo la logica della legge si dovrebbe rispondere abbastanza comodamente: “si”.

Ma potrebbe non essere sufficiente, soprattutto sull’altare (!) delle norme antritrust dell’UE che, infatti, ha per due volte aperto (e chiuso) un’indagine, ma che recentemente è tornata a interessarsi della questione (decisione prevista in giugno 2012). Risparmio però i dettagli di questa partita. Salvo dire che starei attento a preferire a tutti i costi – pur di mangiare i preti – le ragioni della concorrenza a quelle della solidarietà, (beninteso) purché la seconda sia tale.

Aggiungo piccolo grande problema: la particolarità degli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti che sono enti fiscalmente non commerciali. E non possono mai perdere questa qualifica; tutti gli altri enti non profit la perdono automaticamente se svolgono attività esclusivamente commerciale (vedi art. 149 T.U. 22/12/1986, n. 917, commi 1 e 2 per la regola, comma 4 per l’esenzione, estesa anche alle associazioni sportive dilettantistiche).

Se sei un ente non commerciale laico e non sportivo, e svolgi attività commerciale, perdi la tua qualifica. Se sei un ente ecclesiastico o sportivo e svolgi attività commerciale, resti enti non commerciale.

Morale della favola: la legge è giusta o sbagliata? Risposta sintetica: Bu.

Unico dato certo: è quasi impenetrabile, come dimostra questo modesto report.

Aggiungerei che la formulazione che prevede che l’attività, per fruire dell’esenzione, non deve avere natura esclusivamente commerciale, mi sembra poco efficace. Perché la logica, mi pare, dovrebbe essere semmai rovesciata: si dovrebbe ammettere l’attività commerciale soltanto come appendice recessiva. Cioè l’esatto contrario: dovrebbe prevedersi che la natura sia prevalentemente non commerciale.

E tutte le videoinchieste?

Tutti i posti dove si pernotta così come in un qualunque albergo, che – pare – spesso non pagano l’ICI (posti dove anch’io sono stato, e non per ritirarmi in preghiera, e nemmeno per stare vicino a un parente ricoverato)?

Questo è il capitolo controlli, capitolo certamente serissimo.

Ma è altro capitolo. Per il quale è stata prevista – peraltro – un’immancabile commissione ministeriale, che dovrebbe servire proprio a chiarire le situazioni dubbie.

E per questo, a Trieste, per quanto posso fare mi preoccuperò di chiedere l’elenco degli immobili esenti ICI (sempre che ne abbia facoltà, ma direi di si), e vediamo cosa ne viene fuori.

Tutto qui? Direi di no.

Perché c’è un motivo serio per cui la questione ICI viene semplificata nel senso noto (“la Chiesa non paga l’ICI”): il motivo è che la ratio della legge, ovviamente generale e astratta, ma pure ispirata da una logica che non mi sentirei di demonizzare, finisce – in effetti – per essere ricondotta a beneficio (quasi) della sola Chiesa. Perché? Perché lo Stato italiano ha da mo’ “appaltato” un settore essenziale del welfare sociale alla Chiesa. E questo mi sembra essere il vero problema della laicità dello Stato italiano, preso dalla ciccia e non dalle pandette.

Anche nella mia poco confessionale città, mi pare difficile non riconoscerlo, la Chiesa svolge una consistente fetta di attività che garantiscono il permanere della pace sociale. E il motivo per cui i difensori dei sistemi più laschi di agevolazioni possono permettersi di dire che non si tratti di aiuti di Stato, bensì di aiuti allo Stato.

E finché lo Stato non si farà carico delle attività sociali che ha tacitamente “esternalizzato” – e mi sembrerebbe proprio il caso che se ne (ri)prendesse carico – temo che il discorso resti polemica. Polemica magari aggregativa (il nemico comune), e magari anche trattata, pure da mezzi di informazione dotati di una certa potenza conoscitiva, in modo molto approssimativo (un po’ come la storia dell’acqua pubblica). La storia della riconducibilità alla Chiesa 25% del patrimonio immobiliare italiano, ad esempio, mi pare verosimile quanto i coccodrilli nelle fogne. Visto però che il tema riemerge agli onori della cronaca puntualmente e sempre con la stessa efficacia (= 0), mi viene il sospetto che non si tratti che di una comoda arma di distrazione di massa.

In questa vicenda, la mozione di alcuni deputati Pd che chiede di «attivare le procedure per determinare il gettito che deriverebbe dalla tassazione del patrimonio immobiliare della Chiesa Cattolica» mi sembra un’iniziativa sensata, che va nel senso dell’acquisizione delle informazioni conoscitive per ragionare, e intervenire, seriamente. Meno sensato (sempre che la stampa riporti correttamente, non avendo trovato il testo della mozione) mi pare invece l’invito al Governo a chiedere un contributo «pari al 30% del totale del gettito stimato», perché – così posta – mi pare un’approssimazione fatta a chilo, che – a seconda della ratio che si assuma – potrebbe essere una pesante e ingiusta tassazione una tantum, oppure uno sconto irrazionale (perché solo il 30%?).

Per saperne di più:

IcostiDellaChiesa.it (inchiesta non esattamente cleticale – dell’unione atei agnostici razionalisti, ampia e documentata)

Un punto di vista giuridico pubblicato su avvenire (prof. Uckmar, da non confondere con Ukmar)

Una contropolemica bianca

Vaticano, Paga Tu (e permettetemi di aggiungere, seriamente, a questo punto: Svizzera, paga pure tu)

L’Avvenire, sul punto ICI

Post di Andrea Sarubbi (PD, non esattamente mangiapreti) sul punto

Il Post, quest’estate, perché per ogni manovra si riaccende la questione, ma non facciamo passi avanti, né indietro.

Sandro Magister [su segnalazione di Sandro Cuttin, che ringrazio]

Facci capire [su segnalazione di G. Ortolani, che non ringrazio]

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4 thoughts on “SacrifICI per la Chiesa?

  1. Pietro, se vuoi puoi aggiungere anche un’altra fonte: il ben noto Sandro Magister.
    Anche lui, come te, mette in evidenza il fatto che abrogare la legge imporrebbe il pagamento dell’ici anche a Emergency, Amnesty e organizzazioni simili.
    Inoltre, sottolinea che quella cattolica non è l’unica chiesa ad essere esente.

    http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/12/09/chiesa-e-ici-quellesenzione-che-vale-miliardi/

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