Stazione Merkozy

E mo’ beccatevi sto pezzo – mai noioso quanto lungo – a firma del sottoscritto, uscito su ilriformista di domenica 12/2/12.

Pensare che l’Euro – e con questo l’Europa tutta – siano finiti sull’orlo del baratro improvvisamente e senza alcun segno di preavviso può essere rassicurante e auto-assolutorio. Sopratutto se la causa è tutta imputata a una speculazione finanziaria che viene da un luogo esterno, imprecisato e lontano. Dare la colpa ai banchieri (meglio ancora se fossero tutti ebrei), è uno stratagemma che ha già tentato la storia. Ma può anche darsi che le cose stiano diversamente. Che sull’orlo di questo baratro ci siamo arrivati percorrendo passo dopo passo uno specifico percorso, che non poteva che condurre a questo punto. Può, insomma, darsi che l’attuale crisi dell’Europa (prima) e dell’Euro (poi) abbiano solide radici.

Negli ultimi mesi si è rivolta molta attenzione alle mosse dei giocatori tedeschi sullo scacchiere europeo: così è stato quando si trattava di far approvare al Bundestag l’ingrassamento del cd. fondo salva-Stati; quando si trattava di attendere il responso del Tribunale costituzionale federale sulla legge che scuciva il tardivo prestito alla Grecia; quando si trattava di attendere gli esiti dell’oracolo bilaterale Merkel-Sarkozy.

E, diciamolo, al di là dei singoli episodi, vale sottolineare l’intensità del dibattito pubblico che ha circondato quei passaggi, estendendosi anche al di là dei confini tedeschi. Non si vede, fuori da Karlsruhe, un giudice costituzionale che parla a tutta l’Europa (tanto che pubblica le sue pronunce in inglese) e le cui sentenze valgono miliardi di Euro sui mercati internazionali. 

E in Italia? Non abbiamo partecipato anche noi al rafforzamento del fondo salva-Stati, in ragione della nostra quota (non insignificante) di partecipazione al capitale della BCE? Dibattito non pervenuto.

Si potrebbe dire che accendere i riflettori sui passaggi cruciali dell’integrazione europea è un vizio tutto tedesco, come le salsicce e le auto di grossa cilindrata. È stato così negli anni ’80, con il braccio di ferro sulla tutela dei diritti fondamentali: per capirci, la tutela dei diritti delle famiglie dei lavoratori (anche) italiani che – per lavoro – circolavano finalmente liberi (anche) in Germania. È stato così negli anni ’90 con il Trattato di Maastricht. E così negli ultimi anni, con il Trattato di Lisbona. E non solo sembra essere un vizio tedesco, ma addirittura un vizio da parrucconi tedeschi, se è vero (com’è vero) che il dibattito è stato in quelle riprese innescato da storiche sentenze del tribunale costituzionale federale, originate dal – oppure proseguite nel – dibattito parlamentare e sociale. 

E in Italia? Niente di tutto ciò si è verificato, sulla scorta di un europeismo tanto diffuso quanto cieco, becero e opportunista. Non che il Parlamento non se ne sia formalmente occupato: soltanto che, laddove il rafforzamento del c.d. fondo salva-Stati per la quota tedesca è stato oggetto di un dibattito parlamentare atteso e intenso, seguito da una pronuncia del Tribunale di Karlsruhe altrettanto attesa e significativa, il Parlamento italiano se l’è cavata con una norma inserita nel dl. 78 del 2010 (manovra estiva), che autorizzava il Ministro dell’economia e delle finanze a concedere le garanzie necessarie a salvare gli Stati in difficoltà. Non che la nostra partecipazione fosse meno impegnativa, trattandosi – come detto – di un onere proporzionale alla quota di partecipazione al capitale della BCE (Italia 12%, seconda soltanto a Germania, 19% e Francia, 14%).

Questa evidente difformità delle forme attraverso le quali le decisioni vengono assunte preoccupa particolarmente. Perché il clima, stavolta, è davvero quello di un treno a fine corsa, oppure – giusto perché i treni non incontrano bivi – di un treno fermo in stazione, senza spinta. La spinta che in Europa, negli ultimi 100 ani, si è spiegata su due vettori principali: fare la guerra, evitare la guerra.

Sembra che sia ora di trovare una nuova spinta, un nuovo vettore, ché la guerra europea è ricordo abbastanza remoto da evitare d’essere attivamente evitato, e abbastanza profondamente sepolto da poter rappresentare una via d’uscita. E a cercare questa benedetta via d’uscita è difficile saranno i parrucconi di Karlsruhe, né (tantomeno) il duo Merkozy. Cercasi, insomma, riformismo europeo di sinistra. Cercasi spinta.

Anche perché qui si tratta di definire le linee essenziali del nostro modo di vivere nel futuro. Di come vogliamo “plasmare le condizioni del vivere sociale” secondo quell’espressione usata più volte dai giudici del tribunale costituzionale tedesco che – non a caso – suona ben poco giuridica. Si tratta di adempiere alla funzione essenziale della politica, in altre parole.

Eppure, il campanello d’allarme, la Germania l’aveva suonato ben prima di questi mesi, nel corso dei quali il suo suono tetro (quasi un abbandono nave…) è stato amplificato a suon di spread. Già a partire dalla sentenza sul trattato di Maastricht dei primi anni ’90, attraverso le sue lunghe, noiose ed eleganti perifrasi, il Tribunale di Karlsruhe incominciava a chiedersi: “in questa Europa, chi fa cosa?”. Dubbio riproposto con formulazioni meno interrogative e più assertive negli anni successivi, fino alla sentenza sul Trattato di Lisbona, con la quale si dice chiaramente che ci sono alcune materie che non vanno nemmeno sfiorate a livello europeo, senza che il Parlamento nazionale ci metta preventivamente il becco, e ci sono altre cose che – semplicemente – si possono fare soltanto con nel Bundestag.

Il concetto non è poi così complesso, fino a far sospettare che il suo difetto sia proprio la scarsa complessità: la democrazia è fondata sul voto dei cittadini, i quali votano i propri rappresentanti in Parlamento. Perciò le Camere ove siedono i parlamentari eletti, a loro volta, devono mantenere un margine decisionale significativo, affinché il voto dei cittadini non si trasformi in un mero rito democratico.

E il Parlamento europeo, non è eletto anche quello? Certo che lo è, ma – dicono i giudici di Karlsruhe – da un lato non decide abbastanza, dall’altro non è abbastanza eletto. O meglio, un parlamentare maltese pesa troppo rispetto a uno tedesco: insomma, non è la stessa cosa.

Obiezioni che suonano difficilmente comprensibili all’osservatore che guarda a Bruxelles e Strasburgo da Roma, ove il metodo di elezioni del Parlamento non può dirsi certamente diretto a valorizzare il voto del singolo cittadino.

In tutta questa vicenda, nel rapporto tra il cittadino, il suo rappresentante nazionale e il suo rappresentante europeo i motivi di incomprensione di un ipotetico asse di osservazione Roma-Karlsruhe-Berlino non finiscono qui.

Tra le decisioni che spettano sempre e comunque al solo Parlamento già nel 2009 il Tribunale di Karlsruhe annoverava le politiche di bilancio: con l’acuirsi della crisi, il Tribunale aggiungeva che la materia spetta non solo al Parlamento, ma che è il Parlamento stesso a essere limitato, perché rappresenta una generazione di cittadini ai quali va impedito di vincolare le generazioni successive con ipotetiche sciagurate scelte.

Riemerge il conflitto tra Jefferson e Madison: i morti non possono dettare legge ai vivi, cosicché nel Belpaese del debito pubblico al 120% del PIL ci viene la tentazione di volgere lo sguardo, con fare interrogativo, ai cimiteri (magari quelli monumentali). Eppure l’improbabilità di trarre risposte risolutive dagli sguardi cimiteriali, dovrebbe indurci a tentare soluzioni più vitali: a (ri)prendere il discorso su quella “capacità di regolazione politica e sociale delle condizioni di vita dei cittadini” che i giudici tedeschi pensano imputabile soltanto ai Parlamenti nazionali, e su cui un discorso europeo e riformista deve elaborare risposte nuove e diverse, tanto nel merito, quanto nel livello a cui adottarle. 

 

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