UniBus – contro l’imperativo liberale

Studenti gratis-a100euro sugli autobus? Il progetto trasporti agevolati per gli studenti universitari suscita un dibattito intenso, su cui mi soffermo volentieri. Si tratta della proposta di un prelievo ad hoc di 100 euro a studente (delle sedi triestine), esclusi gli idonei a borsa di studio, per scorrazzare su tutta la rete per un anno.

Mi pare che l’impostazione ideologica (in senso non spregiativo, se ancora esiste) della vicenda meriti attenzione. Si dice: così tutti pagano un servizio, anche se non ne godono o non l’hanno richiesto. E che c’è di male? La misura è di certo tecnicamente illiberale, e cionondimeno equa. Sembrano molto allettanti alcune argomentazioni contrarie: “è giusto che ne usufruisca soltanto chi vuole!”. Di questo passo, però, non avremmo costruito gli ospedali, costruito il welfare sociale, erogato servizi comuni. Sarebbe giusto in quell’ottica, allora, che il servizio sanitario sia pagato solo da chi ha bisogno di cure. Di questo passo dovremmo contestare non il singolo progetto, bensì l’esistenza stessa del servizio di trasporto pubblico, che si giova di una contribuzione pubblica significativa, disposta dagli enti competenti a farlo, anche sulla base della contribuzione pubblica di chi si muove in elicottero o in bici (vera vittima sacrificale delle politiche di incentivo del trasporto pubblico).  A rigor di logica, dovremmo dire, tutti in taxi!

Ciò detto, i 100 euro mi sembrano un sforzo significativo (anche se mi pare che spesso, facendo i conti, non si considera che l’autobus non serve soltanto per raggiungere l’universita…) e pertanto coraggioso da parte di chi l’ha proposta, che sarebbe certamente auspicabile riuscire ad alleggerire, anche con l’intervento degli enti pubblici che possono dare una mano.

A questo punto, però, emerge un’altra obiezione: perché solo gli studenti universitari? Perché non anche i disoccupati, i lavoratori precari, gli studenti delle scuole? Ci vedo un motivo importante, che viene tralasciato, perché è sempre stato minimizzato l’impatto economico che la città della conoscenza spiega sul nostro territorio: non si tratta infatti di una misura di natura strettamente assistenziale, bensì di una misura con un forte significato di attrattività territoriale, di marketing universitario. Nota biografica: ho studiato per un anno a Regensburg, Baviera, Germania. Di quell’esperienza, una delle cose che non scordavo di raccontare – subito dopo la qualità della birra e prima delle multe ai pedoni per violazione del codice della strada – era che la tessera dello studente permetteva di viaggiare gratuitamente sulla rete degli autobus e dei treni locali. Non conosco in Italia esempi simili: perciò, se il marketing funziona, aumenta l’attrattività dell’università e della città, aumenta la spesa sul territorio a ciò correlata (già oggi enorme: più di 17.000 studenti, 700 docenti, 700 amministrativi), si crea indotto, si abbatte l’età media drammaticamente alta, si crea una qualità della vita migliore.

E ciò giustifica, a differenza di quanto avviene negli altri casi, una contribuzione ad opera degli enti pubblici (penso innanzitutto a Erdisu, Provincia e Comune). Ciò detto, per quanto più mi concerne: credo che sia importante sostenere il progetto inserendolo in una politica consapevole dei trasporti, di investimento verso un effettivo progresso in termini di mobilità. La situazione attuale, soprattutto intorno alla destinazione università, e soprattutto in sede centrale, è una jungla primitiva. Si investa nel trasporto pubblico, e allo stesso tempo si tratti diversamente il trasporto privato, che non è utilizzato solo da chi ha il culo di pietra. La benzina a due euro, intanto, ci dà una mano. Si facciano le agevolazioni in un piano coerente del trasporto, guardando lontano (il progetto mai realizzato di parcheggio sarebbe una cosa molto civile, pur se ostacolato da molteplici casini, finanziari e idrogeologici), e guardando vicino: se – contemporaneamente all’entrata in vigore di politiche di incentivo all’uso del trasporto pubblico – una zona dei parcheggi circostanti l’università fosse, ad esempio, regolamentata a pagamento, agevolando in parte la rotazione a breve, in parte la sosta più lunga: credo tutti avrebbero, alla fine dei conti, migliorato la propria situazione.

p.s. perché non fare un “referendum“? I rappresentanti degli studenti hanno elaborato un progetto preciso e coraggioso. Hanno incontrato perciò la Trieste Trasporti, e gli altri interlocutori, hanno fatto i loro conti e le loro valutazioni. Se ne sono presi la responsabilità, ora è normale che raccolgano i feedback, posto che la partita prosegue in CdA, ma è giusto – se convinti, come mi pare che siano – che vadano avanti. Un referendum su una forma di tassazione sarebbe come far tirare un rigore al portiere della squadra avversaria (Non a caso l’art. 75 Cost. non ammette referendum su leggi tributarie)….

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One thought on “UniBus – contro l’imperativo liberale

  1. Caro Pietro mi sembra una proposta come dici tu molto coraggiosa che merita l’interesse del Comune a seguirla nella sua realizzazione. Sul post-scriptum un esempio della necessità di una mediazione tra la volontà popolare e la tutela dei suoi interessi che nella democrazia diretta di Beppe Grillo non troverebbe spazio..

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