Referendum: sarà forse un raglio d’asino?

Si sappia che il referendum per l’abrogazione parziale delle indennità parlamentari non si farà mai, perchè lo impedisce a chiarissime lettere la stessa legge istitutiva del referendum (art. 31 L. 352/1970Non può essere depositata richiesta di referendum nell’anno anteriore alla scadenza di una delle due Camere e nei sei mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali per l’elezione di una delle Camere medesime).

Ognuno – e sono in molti, e bisogna ricordaselo qui in zona PD – è ovviamente libero di firmare lo stesso, per dare un segnale (?!). Io penso però che il fantomatico comitato promotore non poteva non sapere, e che è perciò consentito quantomeno ipotizzare che tutta la baracca (che ha pure un certo costo) sia stata costruita al semplice scopo di raccogliere i dati dei sottoscrittori. Un elenco che potrebbe tornare utile in vista delle prossime elezioni.

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Webdemocracy?

Da Il Piccolo di oggi, 18 luglio 2102

“Il Presidente Hollande ha eliminato in pochi giorni di mandato il 100% delle auto blu” – “Il Comune di Trieste acquista il catamarano di lusso più grande del mondo per ragioni di servizio” – “Un referendum abrogherà le indennità parlamentari e spazzerà via la casta”. Queste tre “notizie”, apparentemente molto lontane tra loro, hanno due punti in comune. Primo: sono tutte e tre false. Alcune sono anche inverosimili (eppure sono state credute), altre sono semplicemente inesatte (il referendum non si terrà mai, purtroppo o per fortuna, perché la stessa legge sul referendum non lo consente). Secondo punto in comune: tutte e tre si sono propagate con una straordinaria velocità attraverso il web, per essere poi in parte riprese anche dai mezzi di informazione tradizionali. Le bufale on-line sono ormai diventate una sorta di genere letterario, eppure quando intersecano la gestione della cosa pubblica diventano un motivo di riflessione, e in parte di preoccupazione. Perché le file di cittadini che ogni giorno nei Comuni italiani attendono pazientemente di sottoscrivere il referendum abrogativo – nonostante pochissimi mezzi di informazione ne abbiano parlato – non sono file virtuali, ma tangibilmente reali. Tra qualche mese non sarà così facile spiegare a quei cittadini per quali (incontestabili) motivi il referendum non si terrà, e il sospetto è che la loro buona fede sia stata ingannata per il semplice fatto che un fantomatico comitato promotore (che non poteva non sapere) abbia fatto tutto ciò per venire in possesso dei loro nominativi e dati personali.

La rete è certamente uno strumento potente di informazione alternativa e genuinamente apocrifa. Aumenta senza dubbio il pluralismo delle fonti. E ciò è senz’altro un bene. Ma non necessariamente è solo un bene, in particolare ove ciò avvenga all’interno di una società in cui l’autorevolezza dei principali punti di riferimento del passato (partiti, Chiesa, e corpi intermedi in generale) è sempre più affievolita. Il web di per sé non è necessariamente più affidabile dei partiti, della Chiesa, delle associazioni. Le sedi telematiche di discussione e informazione sono per di più generalmente iperpolarizzate: ognuno legge soltanto le fonti ove sa già ciò che troverà. Difficilmente si confrontano argomenti, si filtrano le notizie false o inesatte.

Uno straordinario filosofo dell’inizio del ‘900 aveva intravisto tutto questo: i computer, internet, facebook e twitter, forse anche i Piraten e Beppegrillo.it. Scriveva infatti Carl Schmitt nel lontano 1928: «Potrebbe immaginarsi che un giorno per mezzo di ingegnose invenzioni ogni singolo uomo, senza lasciare la sua abitazione, con un apparecchio possa continuamente esprimere le sue opinioni sulle questioni politiche e che tutte queste opinioni vengano automaticamente registrate da una centrale, dove occorre solo darne lettura. Ciò non sarebbe affatto una democrazia particolarmente intensa, ma una prova del fatto che Stato e pubblicità sarebbero totalmente privatizzati. Non vi sarebbe nessuna pubblica opinione, giacché l’opinione così [raccolta] di milioni di privati non dà nessuna pubblica opinione, il risultato è solo una somma di opinioni private. In questo modo non sorge nessuna volonté générale, ma solo la somma di tutte le volontà individuali, una volonté de tous» [La Dottrina della Costituzione]. Questo rischio va scongiurato: da una parte impegnando le istituzioni a non rimanere inerti di fronte alla moltiplicazione degli strumenti di informazione, ed anzi agevolando la presenza riconoscibile delle istituzioni sul web. Dall’altra parte credo che la fase storica chiami anche la stampa tradizionale a una responsabilità particolarmente delicata: investire sulla sua autorevolezza, rinunciare a un vano inseguimento della velocità dei bit, e mirare piuttosto ad essere un filtro (che è cosa diversa dalla censura) che permetta al dibattito pubblico di svilupparsi sulle linee della ragione, e non del mero istinto. Parola di chi è blogger per passione politica (a proposito: www.pietrofaraguna.it).

Sul referendum “anti-casta”

Oggi esce su il Piccolo di Trieste il pezzo già pubblicato in questo blog sulle indennità dei consiglieri regionali. In sintesi: sostenevo che sia sacrosanto prevedere le indennità, e che queste devono essere pure consistenti, ma che il modello attuale non è proprio limpido, e presenta delle anomalie, anche rispetto allo stesso Statuto. Oggi ho avuto modo di ricevere la reazione entusiasta (!) di alcuni consiglieri regionali. Uscendo dalla sala della commissione, ho incontrato una fila di decine e decine di persone che aspettavano di poter sottoscrivere il referendum “anti-casta” (abrogazione parziale della legge sulle indennità parlamentari). Persone che accompagnavano il nostro passaggio con segni mal celati di disprezzo (di fronte all’odio cieco, nessuna differenza tra parlamentari, consiglieri regionali, comunali, circoscrizionali…). Ora: ho motivo di ritenere che quel referendum non si terrà mai per una serie lunghissima di ragioni procedimentali e costituzionali, che nessuna delle numerose persone che attendevano in corridoio avrebbe presumibilmente alcuna intenzione di ascoltare. Eppure tutto ciò rende incomprensibile come di fronte a una lunga fila di cittadini, a fine luglio, in una splendida giornata di sole, per sottoscrivere un referendum (impossibile e) non mediatizzato, (più di) qualcuno non sia ancora disposto ad ammettere che il rapporto tra politica e società è ormai fratturato da una nuova questione morale, che si esprime in forme le quali – in un paese dalla tenuta democratica debole qual è l’Italia – diventano parecchio preoccupanti.


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Suicidio PD. Ma anche no.

Sabato scorso pessima pagina della vita del PD. In un’assemblea nazionale che è stata – credo esagerando – ribattezzata come il “suicido” del PD, vengono dribblate un po’ di questioni che bollivano in pentola da un pezzo: si tratta di diritti civili e organizzazione della rappresentanza (primarie parlamentari, se dovessimo tornare a votare col porcellum, limite mandati, data primarie), non proprio bazzeccole nella vita di un Paese (a maggior ragione se in crisi),

Il disastro, oltre a tutto, è aver ridotto l’assemblea ad un ghiotto pasto per il praticatissimo sport nazionale sparacontroilpd. Le reazioni, poi, sono ancor più raccapriccianti: da Di Pietro che – dimentico delle sue pubbliche uscite omofobe – diventa oggi il paladino dei matrimoni gay; quindi Grillo, che vi si butta a pesce nel suo blog, dimostrando – in pochissime righe – di non aver capito una mazza della faccenda (confonde i DiCo-Pacs-Matrimonio, coppie di fatto e omosessuali, outing e coming out, e vabbuò…).

Ora, quello che su cui mi preme fare un po’ di luce, è l’esasperante mancanza di coraggio e chiarezza del “documento diritti” che ha originato parte della bagarre. Prendo ad esempio, non a caso, alcuni passaggi su due temi caldissimi: “fine vita” e “diritti delle coppie formate da persone dello stesso sesso”. Ora, se volete e con immenso spirito di sacrificio, dateci una Letta (in fondo): chi scrive è un amante della complessità, eppure c’è un piccolo problema: alla fine non mi riesce di capire cosa veramente vogliamo. A voi?

La mancanza di coraggio – ciliegina sulla torta – finisce poi per sposarsi con l’ipocrisia: così Bindi e Roberto Gualtieri, affermando che la posizione del documento diritti “è la sintesi più avanzata che la Costituzione consente”, dicono cosa falsa e maligna, perché nascondersi dietro la Costituzione per esprimere il proprio dissenso politico è una mossa da ultra-conservatori: la Costituzione non contempla internet, i satelliti, i telefoni cellulari. non contemplava nemmeno l’Unione Europea, eppure ciò non è stato d’impaccio al dispiegarsi di un certo percorso, dell’Italia e del mondo. Se nel PD (più di) qualcuno crede che il matrimonio non sia il riconoscimento adatto all’unione di persone dello stesso sesso, proponga un’alternativa (che nel documento diritti non c’è, leggere per credere), la discuta assieme alle altre, e quindi, ove la sintesi non è possibile, le si pesino con il voto.

Estratti dal famigerato documento del Comitato Diritti (proprio Bindi doveva presiederlo?):

FINE VITA

Il PD opera affinché il diritto alla cura debba essere garantito come esigibile da ogni persona, in ogni caso, specie da chi si trova in condizioni di povertà, materiale e relazionale, e di potenziale abbandono. Per questo afferma con convinzione la necessità che siano sempre assicurate prestazioni di cura adeguate a ciascun cittadino, in particolare agli indigenti. Ciò tra l’altro è suggerito dalla nostra Costituzione, che saggiamente all’art. 32, c. 1, considera la salute come “interesse della collettività”, oltre che come “fondamentale diritto dell’individuo”. Il diritto alla cura è declinabile anche come diritto ad essere sollevato dalla sofferenza con trattamenti palliativi, là dove non possa darsi altro rimedio, per ciò che la scienza e la tecnica allo stato consentono e nell’osservanza delle scelte della persona. È inoltre elemento coessenziale di questo diritto alla cura, e non è altro da esso in quanto connesso al diritto all’integrità personale, il diritto al rispetto delle scelte della persona, fin dove non si impongano esigenze collettive di tutela della salute. Nelle proposte del PD, la necessità di preservare il rapporto di fiducia e l’alleanza terapeutica tra il medico ed il paziente, nel quadro delle relazioni familiari ed affettive che lo circondano, rispetta il principio per cui il convincimento libero e la volontà individuale di chi è curato non debbono subire prevaricazioni o pregiudizi; mentre va assicurato il diritto ed il dovere del medico di non impartire al paziente stesso, il quale pure solleciti o acconsenta, trattamenti finalizzati a sopprimere la vita, tenendo sempre fermo il principio che l’ultima parola sull’intrapresa dei trattamenti e sulla loro prosecuzione è di chi li sopporta.

DIRITTI ALLE COPPIE DI PERSONE DELLO STESSO SESSO 

D’altra parte non si può ignorare che nella società contemporanea le dinamiche sociali ed economiche, da un lato, e, dall’altro, le libere scelte affettive e le assunzioni di solidarietà hanno dato vita a una pluralità di forme di convivenza, che svolgono una funzione importante nella realizzazione delle persone e nella creazione di un più forte tessuto di rapporti sociali. Per questo esse appaiono meritevoli di riconoscimento e tutela sulla base di alcuni principi fondamentali. Da un lato, nel principio della centralità del soggetto rispetto alle sue relazioni, così da riconoscere sia i diritti di ogni persona a dare vita liberamente a formazioni sociali, sia i diritti di ciascuno entro le diverse formazioni sociali. Dall’altro, nel principio del legittimo pluralismo, che implica il riconoscimento dei diritti e dei doveri che nascono nelle diverse formazioni sociali in cui può articolarsi la vita personale affettiva e di coppia.

Tale riconoscimento dovrà avvenire secondo tecniche e modalità rispettose, da un lato, della posizione costituzionalmente rilevante della famiglia fondata sul matrimonio ai sensi dell’art. 29 Cost. e della giurisprudenza costituzionale che anche recentemente ne ha dato applicazione, dall’altro, dei diritti di ogni persona a realizzarsi all’interno delle formazioni sociali, che si declinano oggi in un orizzonte pluralistico secondo quanto espresso dalla Corte Costituzionale: «per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri» (138/2010). Il PD, auspicando un più approfondito bilanciamento tra i principi degli articoli 2, 3, e 29 della Costituzione, quanto in specie alle libere scelte compiute da ciascuna persona in relazione alla vita di coppia ed alla partecipazione alla stessa, opera dunque per l’adeguamento della disciplina giuridica all’effettiva sostanza dell’evoluzione sociale, anche introducendo, entro i vincoli della Costituzione e per il libero sviluppo della personalità di cui all’art. 2, speciali forme di garanzia per i diritti e i doveri che sorgono dai legami differenti da quelli matrimoniali, ivi comprese le unioni omosessuali.

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Consiglio regionale chiuso per ferie

La campagna contro la casta non ha mai appassionato queste pagine. Certo che, di fronte alla notizia che il Consiglio Regionale “chiude per ferie” dal 31 luglio al 25 settembre, fallisce ogni ragionevole sforzo di cercare di comprendere la faccenda. Spero dunque che la notizia sia inesatta e che domani arrivino valanghe di smentite, distinguo da parte dell’opposizione, precisazioni… A maggior ragione se ciò è confrontato con la piccolezza di un Consiglio comunale che, nonostante abbia attribuzioni enormemente minori, sospende l’attività 30gg (mentre la Giunta comunale si limita a qualche giorno di licenza intorno a ferragosto). A me pare che qualcuno abbia perso il lume della ragione: e verrebbe da dire “tanto meglio”, se ciò può aiutare a velocizzare un processo di abbondante sostituzione della classe dirigente, prima di finire sotto le macerie.

E visto che ci siamo, aggiungo alcune perplessità. Lo Statuto del FVG (legge costituzionale, mica bazzeccole) prevede all’art. 19 che al Presidente della Regione sia attribuita con legge un’indennità di carica; e che ai Consiglieri sia attribuita un’indennità di presenza per i giorni di seduta dell’Assemblea e delle Commissioni.

Differenza chiara e limpida, per chiunque conosca non tanto il diritto, ma la lingua italiana: il Presidente riceve l’indennità per la funzione, i Consiglieri per la loro presenza.

Penseremmo quindi che dal 31 luglio al 25 settembre i Consiglieri regionali non percepiranno alcuna indennità. Come immaginate, le cose stanno ben diversamente: l’indennità è stata legislativamente manipolata (per approfondire), da indennità di presenza a indennità di “non assenza“, nel senso che subisce una decurtazione in caso di assenza nelle giornate dedicate ad aula o commissioni. Dunque, per agosto e settembre: 0 aula, 0 commissioni, 0 assenze, 0 decurtazioni = indennità piena.

Per non fraintenderci con tentazioni grillistiche: noi qui si crede che chi svolge un mandato importante debba percepire un’indennità, e anche consistente, che permetta di svolgere la funzione liberamente, con dignità e onore, in modo eguale. Ma qui si crede anche che tale sia il fondamento e il limite delle indennità: che cioè non debbano essere architettati trucchi e trucchetti, e che le spese accessorie debbano essere rimborsate soltanto se comprovate..

Insomma, prima ancora di cercare di capire cose ne è per i rimborsi aggiuntivi (diaria e rimborso spese di trasferimento) nel periodo di sospensione, lasciamoci tentare da un Sonniniano “Torniamo allo Statuto!”


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Scovaze Economia e Libertà

Differenziata? Tanto poi buttano tutto insieme.

Leggenda che circola a Triese, e dalla quale – confesso – sono stato tentato anch’io nel passato.
Ho visitato il sito di via Errera ove viene trattata la differenziata.  Ecco: ho visto con i miei occhi che non è vero che finisce tutto insieme. Salvo che non si divida tutto meticolosamente, per poi bruciare tutto insieme: ho motivo di dubitarne. Qui di seguito, non addirittura le prove, almeno dei seri indizi:
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Curioso un dato relativo alla Commissione di cui al sopralluogo: in serata si teneva il Consiglio comunale. L’accumulo di sforzo, e non certo il gettone di presenza già assicurato, ha tenuto lontano dal sopralluogo tutta l’opposizione (con l’eccezione di M5S e FLI), e anche una certa parte di maggioranza (compresi quelli che l’ecologia ce l’hanno nel nome). Nel PD eravamo addirittura uno in più rispetto ai posti che ci spettano. Giusto perché quando si dice che siamo tutti uguali mi viene un po’ di nausea. Sarà che eravamo in tanti perché quando si tratta di misciar merda, siamo sempre in prima fila?

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Inceneritore (o Termovalorizzatore?)

“Che Schifo! Vergogna!“. La logica dell’urlo suggerirebbe di commentare così il sopralluogo al termovalorizzatore (o inceneritore per gli scettici) di via Errera. Le impressioni che ho avuto, a seguito di un approccio certamente non tecnico, ma almeno laico, sono abbastanza diverse: una struttura d’avanguardia, che – per quanto si possa essere scettici – produce energia, il cui impatto è limitato (credo che la maggioranza dei triestini non sappia neanche dove sia), le cui emissioni, monitorate continuamente, risultano di gran lunga inferiori al limite di legge, la cui spazzatura in ingresso è soggetta a controlli scrupolosi. Quest’impressione ci ha indotto a ritenere che anche a Trieste, come già avviene a Padova, si debbano rendere costantemente accessibili on-line i dati delle emissioni, e si debbano organizzare le giornate aperte alla cittadinanza (fatto).

Quanto alla storia dei rifiuti tossici che arriverebbero da Napoli, le mie ipotesi:

– tutto ciò che ho scritto sopra – che ho in parte visto e in parte mi è stato riferito –  è falso, e tutti i vertici di AcegasAps raccontano balle colossali, truccano i dati, nascondono i camion.

– la storia dei rifiuti di Napoli ha un solido fondamento xenofobo e razzista. A giovamento di questa ipotesi può soccorrere il fatto che i rifiuti giunti in via Errera non provenivano da Napoli, bensì da Caserta, che è provenienza altrettanto terrona, ma meno mediatica.

– i timori derivano da visioni localistiche, approssimative e anche un po’ retrive: già ora il termovalorizzatore brucia rifiuti “altrui” (tutta Gorizia, un bel pezzo di Lignano, altre località del Friuli e del Veneto), guadagnandoci tra l’altro un bel po’, in quanto il rifiuto conferito da fuori provincia rende di più di quello autoctono. Ultima cosa, fondamentale: se davvero vogliamo aumentare la quota locale di differenziata, allora l’efficienza economica dell’impianto – salvo ipotesi affascinanti, ma piuttosto remote di rifiuto 0 – non può che dipendere dall’incremento della quota di rifiuto importato.

 

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