Decine di migliaia di Sallusti

Si dice da destra, e un po’ anche da sinistra, che la pena del carcere per Sallusti sarebbe una pena ingiusta. La vicenda è ormai stranota, per cui non ci ritorno. Anch’io sono convinto che il carcere per Sallusti sia una pena insensata. Esattamente come sono convinto che la mera privazione della libertà personale sia una pensa insensata per le decine di migliaia di tossicodipendenti che abitano le nostre disgraziatissime carceri. Così come sono convinto che il carcere sia una pena insensata per le altre decine di migliaia di stranieri che popolano le nostre carceri, perché uno status – la permanenza irregolare sul territorio dello Stato – è diventato un reato. E sono convinto che il carcere sia una pena insensata per le altre decine di migliaia di poveri, poverissimi, emarginati, senza fissa dimora, che completano l’elenco – salvo una restante minima percentuale – degli oltre 67000 detenuti d’Italia, a fronte di una capienza regolamentare di 45000 unità. Bello sarebbe che il caso Sallusti, che nel complesso fa venire il voltastomaco, fosse un’occasione per parlare di questo, e non per farneticare di reati d’opinione e amenità simili, e – oddio – per fare di Sallusti (che ce la sta mettendo tutta per far evocare profumo di galera) un martire della libertà. Anche perché sul fronte carceri qualcosa – qualcuno – si cerca di muovere.

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p.s. sono convinto che la pena del carcere per Sallusti sia insensata, ma ho serie difficoltà a ipotizzare quale sia la pena appropriata, al di là dell’aspetto  civile (risarcimento): se infatti è vero che il vero autore del pezzo fosse Farina, che non avrebbe potuto scrivere su alcun giornale in quanto radiato, la radiazione – evocata come pena sensata da alcuni – non ha funzionato proprio alla grande.


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Legge elettorale: di male, in peggio.

Il Porcellum va cambiato a tutti costi? Già. Eppure alcuni spunti interessanti derivano dal “codice di buona condotta in materia elettorale“. È un documento predisposto dalla Commissione di Venezia del Consiglio di Europa, autorevole voce di assistenza costituzionale che ha prestato la sua illustre opera in molte delle democrazie emergenti nell’est europeo. 

Dalla lettura delle linee guida, e dalla loro applicazione al contesto italiano, l’amata Repubblica democratica fondata sul lavoro risulterebbe in buona posizione in classifica, probabilmente tra Ucraina e Georgia. Il Consiglio di Europa ci dovrebbe richiamare.

Infatti la Commissione di Venezia ritiene fondamentale, ad esempio, la stabilità del sistema elettorale,

al fine di non apparire come oggetto di manipolazioni partitiche“.

In Italia siamo un esempio perfetto: fino al 1993 proporzionale; dal 1993 75% maggioritario e 25% proporzionale; dal 2005 proporzionale con forte premio di maggioranza, Ora ci apprestiamo a cambiare di nuovo. E vabbuò. Appunto: sembra ci apprestiamo a cambiare di nuovo. Pochi mesi prima del voto. La Commissione di Venezia scrive (cito testualmente) che:

“gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione“.

Voilà. E vabbuò. Cambiare tutto con legge. Ma anche qui la Commissione di Venezia avrebbe qualcosa da dire:

“Gli elementi fondamentali del diritto elettorale … dovrebbero essere legittimati a livello costituzionale o ad un livello superiore a quello della legge ordinaria”.

Bingo.

E si potrebbe andare avanti parecchio, citando le linee guida in materia di età (“‘l’eleggibilità dovrebbe essere acquisita alla stessa età del diritto di voto”), di procedure di voto (si sconsiglia il voto per corrispondenza o telematico solo se non sono “sicuri e affidabili”), al sistema di raccolta delle firme (ricordiamo Formigoni?), sull’eguaglianza delle opportunità, sul finanziamento delle campagne elettorali…

Ecco, il Porcellum va cambiato a tutti i costi? Certo, ma non c’è momento peggiore per cambiarlo. E forse da questa democraticissima parte si dovrebbe fare uno sforzo un po’ più intenso per rendere chiaro che il Porcellum è stato inventato dall’alleanza PdL + Lega + UdC, che c’era pure Fini al tempo, e che Pdl + Lega hanno avuto un’intera legislatura per cambiarlo, potendo contare sulla maggioranza parlamentare più solida della recente storia italiana. E non l’hanno fatto.

Da questa parte si dovrebbe inoltre fare di tutto per prepararci a neutralizzare le peggiori distorsioni del Porcellum, nel caso si dovesse a tornare a votare sulla base della L. 270/2005, indubbiamente una pessima legge elettorale: perciò niente candidature plurime; quote di lista (di genere e di generazione); introduzione di meccanismi di ampia consultazione (primarie di collegio, o come vogliamo chiamarle) per la redazione delle liste. Liste bloccate, che sono oggi diventate il capro espiatorio del porcellum, e che pure non ne rappresentano nemmeno il punto più critico (in Europa sono la regola e non l’eccezione, ma in collegi ben più piccoli. E con il mattarellum, c’erano mica le preferenze? E nel 1993 non si è votato perché la preferenza plurima era il diavolo, strumento di potere delle mafie e dei potentati locali?). Senza tutto questo il rischio è che qualcuno, più di qualcuno, pensi che un ultimo giro di Porcellum vada bene un po’ a tutti. Perchè, si sa, del Porcellum non si butta via niente.

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Next step?

Vi fosse sfuggito:

TriesteNEXT, Salone europeo dell’innovazione e della ricerca scientifica si tiene a Trieste i prossimi 28-29-30 settembre. Una novità. Un evento scientifico, divulgativo, attrattivo. Circa duecento ospiti-relatori, scienziati, scrittori, poeti, quattro ministri, il concentrato di scienza e innovazione per cui Trieste è un insieme di lettere che in molti luoghi del pianeta dice una città.

Il programma, gli ospiti, la presentazione:


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AcegasAps: il debito che c’Hera, il debito che non c’Hera

L’ipotesi di integrazione AcegasApsHera accende un certo dibattito, in parte focalizzato su temi di reale contatto con i servizi ai cittadini. E questa è una buona notizia.

Da parte delle opposizioni raccolte firme e mobilitazioni contro l’ipotesi di operazione. E qui finiscono le belle notizie: non perché non sia legittimo essere contrari, pensare ad esempio che piccolo è bello, che le società di servizi (e i loro debiti) dovrebbero tornare direttamente comunali. Cominciano le brutte notizie perché comincia la propaganda, la diffusione di informazioni inesatte, nonché la faccia tosta. Acegas-Aps nel 2003 presentava un indebitamento sull’ordine dei 30 mln di euro. Oggi sfiora i 500 milioni di euro: la cifra che uno Stato sovrano intero come la Slovenia reclama oggi dall’Europa per salvarsi del default. Ci auguriamo tutti sia un indebitemento sano, ma è inevitabile partire da questo dato per le prossime mosse dell’azionista di maggioranza di AcegasAps Holding: il Comune di Trieste.

Per un’informazione approfondita raccomando due link:

– Quello al rinnovato sito personale del Sindaco (http://www.robertocosolini.it è tornato on-line, olé!), ove un articolato post (altro che propaganda) illustra nel dettaglio premesse (l’alternativa è vendere rami d’azienda), obiettivi (rafforzare il controllo pubblico, essere più competitivi davanti alle gare), garanzie (mantenimento integrità aziendale; sede legale a Trieste, e relativo gettito in compartecipazione a vantaggio della Regione) e vantaggi dell’operazione (dare linfa per investimenti, ridurre poltrone ed emolumenti, giovarsi di un tasso di cambio favorevolissimo)

– L’articolo di un blog che non mi risulta avere legami speciali con il Sindaco, con AcegasAps, con Hera (http://giuliocuriel.wordpress.com) la cui analisi, il cui registro corrispondono più o meno al contrario rispetto all’approssimazione che popola i social network.

Buona lettura, se ne avrete voglia.
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Pussy Riot

Sottovalutavo le mie doti grafiche: il fotomontaggio (grossolano, almeno mi pareva) dello striscione sulla facciata del Comune (recitava, virtualmente, “Trieste chiede il rilascio delle Pussy Riot“, scriveva veramente “Trieste chiede il rientro dei Marò“), con centinaia di condivisioni (chi serio, chi faceto) è diventato quasi reale: occhio alla webdemocracy (e la web accountability) dicevamo e ridiciamo. 

Alcuni voci dell’opposizione ne sollevano un caso agostano, in quanto l’illustre  democratico Tarcisio Barbo commenta piccato (neanche tanto): dall’opposizione si strepita: grossa spaccatura all’interno del Pd (!).

Qualche giorno fa appuro addirittura che “La Destra” ha organizzato un volantinaggio in Piazza Unità per censurare il comportamento di me medesimo e la scelta del Sindaco, di qualche giorno fa, di levare lo striscione (a scanso di equivoci, levare lo striscione dei Marò, in quanto quello delle Pussy Riot non è mai esistito nel mondo materiale). Il comunicato stampa de La Destra stigmatizzava infatti la “coscienza che non fa parte dell’essere del consigliere comunale Pd Faraguna, che tramite social network si divertiva a esortare su suddetto striscione alla liberazione delle Pussy Riot”

Ora: lo striscione, a quanto apprendo, è stato tolto in accordo con coloro che l’avevano proposto. E aggiungo e non nascondo sulla questione striscione Marò le mie perplessità, che sono presto spiegate, per un motivo semplicissimo. A quanto mi risulta (o meglio, a quanto mi raccontano quelli più esperti di me in diritto internazionale), non c’è ragione perché i militari italiani siano detenuti in India. Quindi la preoccupazione e l’azione dello Stato italiano per la loro sorte mi paiono del tutto giustificate. Se io fossi stato il Sindaco avrei però evitato lo striscione: lo si era fatto per Eugenio Bon, il marittimo rapito. Che era originario di queste terre, è insomma, questo cambia le cose. C’è un legame territoriale che giustifica il gesto simbolico di una comunità, che si stringe intorno ai familiari concittadini. Se dobbiamo cominciare a fare striscioni per tutti i cittadini, lavoratori, militari italiani incorsi in qualche disgrazia in giro per il mondo, la facciata del Comune non basterebbe. E – aggiungo senza imbarazzo – credo che esistano parecchie situazioni di disgrazie ancor più drammatiche di una situazione – quella dei Marò – che è certo grave e delicata, ma – per fortuna – non ancora compromessa. Ma per fortuna il Sindaco è Cosolini, che è più accorto e più saggio di me, e le cose sono andate diversamente. Lo striscione si è fatto e dopo alcuni mesi lo si è tolto, e non certo su mio suggerimento.

Dietro a tutta la polemica montata vedo invece un leitmotiv della politica più antica e retriva: le Forze Armate sono cosa di destra. Che mi pare cosa assurda. Pari al corrispondente leitmotiv per cui gli sbirri sarebbero tutti maledetti, e altri luoghi comuni politici di tale fattura. Chissà, il Sindaco che è più saggio e più equilibrato, ha capito e non c’è cascato. Ha fatto lo striscione. Ma insomma: basta, sarebbe il caso la piantassimo un po’ tutti.

E aggiungo: se questi sono gli argomenti di opposizione politica, siamo fritti. Ci aspetta invece una intensa attività amministrativa, e ci attendono – piuttosto – temi pesanti (ferriera), belle novità (Trieste Next), progetti da realizzare (spazi a chi ha bisogno di spazi, meccanografico, tripcovich), politiche da concretizzare (dichiarazioni anticipate di trattamento, attuazione di politiche non discriminatorie per genere e orientamento sessuale) e immense, quotidiane, salutari matasse da sbrogliare.

Ci daremo dentro.