Letta a due piazze

Molto probabilmente è il miglior Governo che si poteva fare in queste condizioni.

Condivido l’osservazione volentieri, che pure trovo vagamente banale e non falsificabile, e viziata da un errore prospettico notevole: il punto è infatti che in queste condizioni non ci si doveva arrivare. E un colpevole c’è: si chiama legge n. 270 del 2005, cd. Porcellum, grosso malanno dell’ordinamento italiano. Le cure, come sempre, sono tante e diverse. E perciò il mio problema non è tanto che il PD sostenga un governo con Alfano vicepresidente (che comunque è un bel problema), quanto il fatto che la riforma elettorale non sia il punto primo-prioritarissimo-quasil’unico di quest’anomala fase politica. Per uscire da questo pantano.

letta_governo

Ma forse ero distratto io.

Però un quarto giro Porcellum no, eh.

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Governo (senza ulteriori aggettivazioni)

Io guarderò il mondo inforcando i grigi occhiali del diritto, ma non vedo nel nostro sistema costituzionale spazio per governi tecnici, governicchi, governissimi o governi del Presidente. Esiste un solo governo: quello che ha la fiducia delle Camere. E le uniche variabili che distinguono un Governo dall’altro sono, quindi: con chi? per fare cosa? Domande a cui vorremmo tutti ci fosse al più preso data, o almeno Letta, una risposta.

tutte le #direzione(pd)

#direzionepd nazionale, la mia sintesi approssimativa, superficiale e sincera: relazione di Bersani, tuttosommato di un certo spessore. Dimostra – ahinoi – come un buon dirigente non è necessariamente per tutte le stagioni e non è necessariamente utile a vincere le elezioni. Soprattutto se circondato da testedilegno. E infatti, subito dopo, un imbarazzante atto di indirizzo viene proposto alla direzione. Recita più o meno questo: “decide Napolitanken, noi si vota qualsiasi cosa che aiuti a formare qualsiasi governo a qualsiasi prezzo con chiunque altro per fare qualunque cosa”. Poi una discussione, vana per definizione (l’odg non pare emendabile), e per di più inascoltabile. Salvo che per la nostra deborona regionale che chiede, anche troppo morbida, “spiegatemi: perché Marini? Perché non Rodotà? perché Prodi è stato sparato, perché?”. Nessuno le risponde, il tempo stringe, si sale al Colle. Fine della discussione. Qualche contrario, alcuni astenuti.


tutte le direzioniOra: la situazione è complicatissima, e trovare una soluzione nel merito è difficilissimo. Ma questi metodi sono inaccettabili. E in un progetto collettivo come la politica i metodi non sono cosa un dettaglio da poco. 

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il Golpe (che verrà)

Se ‘Golpe‘ piace – come parola – non si pensi però alla (ri)elezione di Napolitano Capo dello Stato. La rielezione presidenziale è ammessa dalla Costituzione, eccome (vedi sotto): il Golpe di cui si può parlare è semmai quello che, con questa pavida non scelta, si è agevolato per un domani.

Ciò detto se non è un golpe, è comunque un errore. Grosso. Di cui pagheremo carissime le conseguenze. Perché non si può essere il motore immobile del cambiamento.

Errore di merito – perché è il simbolo dell’immobilismo di una politica bloccata – e di strategie – perché ha frantumato il centrosinistra.

A cominciare dall’aver accettato – con l’incolpevole complicità di una grossa parte della rete – che l’elezione del Capo dello Stato fosse ridotta a un plebiscito pro/contro Rodotà, e infine a un ballottaggio Napolitano-Rodotà. E Zagrebelsky, e Cassese, e Bonino? (giusto per sparare tre nomi totalmente a caso, comunque migliori dell’immobilismo)

D aver accettato che l’elezione della più alta carica dello Stato fosse compressa dall’accusa inciucista. E che, mettersi d’accordo è un inciucio? I numeri dicono che PD+SEL con qualcuno dovevano pur mettersi d’accordo per arrivare alla maggioranza dei 2/3 (primi tre scrutini) o quella assoluta (dal 4o in poi). Il tema è con chi? Con B., per un Marini? Con Monti? No comment. Con chi ti dice “o questo o niente”?

E qui la grossissima sciocchezza – a cui s’aggiunge un’improvvisa fretta di chiudere – di non essere riusciti a capire – e si capiva da giorni che si finiva all’angolo in quel modo – che non si poteva permettere l’operazione di etichettatura grillina di Rodotà (che poi è un gioco di prestigio, considerata la biografia politica del Professore). E perciò la sciocchezza di non aver fatto un passo avanti prima che Gabanelli e Strada – “candidature” serie quali quella di TopoGigio e Zio Paperone – si tirassero indietro.

Ora si dice, sulla base di alcuni indizi macroscopici, che il PD è morto. Io non so come andrà a finire, pur essendo sicuro di non voler morire democristiano. Eppure, a fronte della balcanizzazione romana, vedo in questi giorni una grande unità della base del PD: contro i suoi dirigenti. E l’abbiamo detto, il PD esiste perché esistono i circoli, le articolazioni territoriali, gli iscritti, le assemblee. Perché è l’unico partito senza un nome nel simbolo. E ora bisogna capire cosa significa, se significa qualcosa.

stefano_rodota

La rielezione del Presidente della Repubblica

La Costituzione della Repubblica italiana non stabilisce alcun limite alla rielezione del Presidente, tanto che i progetti di revisione costituzionale diretti a introdurre il divieto di rielezione fioccano nella storia repubblicana (e il tema fu oggetto di messaggi già dei Presidenti Segni – 1963 – e Leone – 1975 -). Come se non bastasse il legislatore costituzionale, nel 1991, è intervenuto per evitare un ingorgo istituzionale che si sarebbe verificato alla scadenza naturale della legislatura nel 1992. Il PdR non può infatti sciogliere le Camere negli ultimi sei mesi del suo mandato. Il divieto è stabilito, nella lettura più diffusa, per evitare che il Capo dello Stato sciolga le Camere al fine di assicurarsi l’elezione di nuove Camere propense a rieleggerlo. Il problema fu che nel 1992 gli ultimi sei mesi di mandato presidenziale coincidevano con gli ultimi sei mesi della legislatura, e perciò una lettura rigorosa delle disposizioni costituzionale avrebbe impedito il fisiologico scioglimento per permettere il rinnovo dell’organo. Il problema poteva risolversi in due modi: 1- stabilendo il divieto di rielezione, tagliando la testa al toro, così da permettere lo scioglimento in qualunque momento 2- stabilendo un’eccezione al divieto di scioglimento negli ultimi sei mesi di mandato, nel caso in cui fossero coincidenti con gli ultimi sei mesi di legislatura. La soluzione è stata la seconda (leggere per credere, art. 88 Cost.. Morale della favola: anno 2040, Napolitano sexies (con Bruno Vespa a Porta a Porta, Berlusconi Presidente del Consiglio e Calenda Direttore del Rossetti). Anche no, dai.

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Renzi.

R_S

foto F. Contin,
prestata a caro prezzo

Mi autodenuncio da subito: alle primarie dell’autunno scorso ho votato Bersani. Perché? Perché, pur non avendo il sottoscritto alcuna biografia politica bersaniana, ritenevo fosse l’opzione che meglio delle altre ci poteva portare a un governo politico di centrosinistra. Oggi la situazione è quella che è, molto lontana dall’orizzonte di un governo politico di centrosinistra. Dunque, primo punto per fare meglio, fare autoanalisi: qualcosa era sbagliato. Prima, durante, e/o dopo le primarie.

Ieri, accogliendo Renzi a Trieste, l’impatto era davvero forte: enorme attenzione, un’altra platea, 50anni in meno a testa, vibrante entusiasmo.

Ne segue, di solito, l’equazione: “con Bersani non si è vinto = con Renzi si vinceva”. E mi pare un po’ facile come ragionamento.

E mi pare invece sia il caso di ammettere che vengono al pettine dei nodi strutturali, timidamente evocati qualche tempo fa. In un sistema parlamentare le primarie per scegliere il Presidente del Consiglio sono una dolce chimera. Se il sistema, poi, si fa quadripolare e la legge elettorale è – in particolare al Senato – quella che abbiamo, le primarie per scegliere il Presidente del Consiglio possono essere al massimo un buon esercizio di partecipazione (e lo sono state), un ottimo spettacolo televisivo (e lo sono state), ma non un modello per scegliere un’opzione politica per il governo del Paese (e infatti non lo sono state).

Possono tutt’al più essere uno strumento sincero per individuare il segretario di un Partito, il candidato Sindaco, Presidente di Provincia, di Regione, il candidato – insomma – a qualsiasi carica monocratica che sia direttamente elettiva.

Ciò detto – e diciamolo – Renzi è sicuramente una potenza in termini (non spregiativi, s’intenda) di marketing politico. Eppure mi pare di aver capito – affermazione del tutto falsificabile – che Renzi non voglia competere per la segreteria del PD. E allora, che fare?

Non ho soluzioni in tasca, ma almeno cominciamo a individuare i problemi. Anche perché se non si individuano i problemi, le proabilità di commettere gli stessi errori sono notevoli, inseguendo scenari di questo tipo:

  • Torniamo a fare le primarie per scegliere il candidato presidente del Consiglio, scegliendo (o non scegliendo) una coalizione X con cui fare le primarie.
  • Le primarie le (stra)vince Renzi (o chi per lui)
  • Si va a votare, la coalizione X magari già traballa
  • Il Parlamento è ingovernabile, o meglio, è perfettamente governabile sulla base di accordi politici che si faranno dopo le elezioni, che – fino a prova contraria – servono proprio a misurare il peso politico dei concorrenti.
  • I termini di quell’accordo politico sono, ad esempio: non Renzi (o chi per lui) presidente del Consiglio. Punto a capo.

Allora, come minimo (minimo) bisogna cambiare la legge elettorale. Il punto è: andando in quale direzione? Privilegiando una sincera competizione personale, e incentivando perciò un sistema bipartitico o bipolare? Faro ispiratore, (mal)perseguito dal Porcellum. Insomma: ci abbiamo già provato, seppur male. Con la conseguenza che, quando ci sono stati davvero due poli, uno andava da Mastella a Bertinotti, l’altro dai secessionisti con gli elmi e le corna ai postcamerati dell’italica patria. E in quel contesto è nato il PD a vocazione (e che vocazione!) maggioritaria, partito necessariamente plurale proprio per perseguire quella vocazione. Partito così, ma arrivati come? Siamo arrivati al 2012/3. Alla distruzione del mai raggiunto bipolarismo italico. E perciò alla distruzione della vocazione maggioritaria. Distruzione che doveva passare attraverso la ricostituzione del grande centro. Che invece tanto grande non è stato. E grande invece è stata la realizzazione della profezia di Fassino  che aveva visto la composizione di un quadro quadripolare con largo anticipo (…).

E allora meglio riprovare a percorrere – ma stavolta meglio – la strada del Porcellum, e di quella stagione politica, oppure provare a battere altre strade, prendendo atto che la comunità politica italiana è una comunità non facilmente bipolarizzabile?

Oppure (si fa per sdrammatizzare, a beneficio di chi è giunto fino a questo punto): c’è un’altra soluzione.

FVG: il grande oriente

Film del 2013, regia Casaleggio&ass, girato in Friuli Venezia Giulia, trama:

  • Nel M5S FVG candidano Fulvio di Cosmo, rivelatosi un massone
  • Non sapevano fosse un massone
  • Scoprono che era un massone per via di una lettera anonima
  • Giunge l’editto di Casaleggio: epuratelo!
  • Non possono epurarlo in quanto già candidato
  • Lui afferma, ca va sans dire, che se eletto non si dimetterà (in quanto massone?)

Pubblicizzo molto volentieri l’eccezionale servizio Rai che riprende la conferenza stampa in cui i pentastellati annunciano l’esecuzione dell’editto di Casaleggio: il massone sullo sfondo merita il premio oscar per la fotografia

massoneria

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