#noporcellumday

Iniziativa dell’on. Giachetti. Dopo settimane di sciopero della fame alla fine della scorsa legislatura. Dopo aver presentato la mozione per il ritorno almeno provvisorio al Mattarellum ed essersela vista bocciare dal suo (il nostro) stesso partito.

Ci riprova e fa bene a tenere alta l’attenzione sul tema, perché un quarto giro di porcellum non possiamo davvero permettercelo. Perché è davveo una pessima legge elettorale, per innumerevoli motivi, che vanno ben oltre alle liste bloccate (che non sarebbero un’anomalia se fossero dotate di idonei “correttivi”). Però caveat: il superamento del #porcellum è una condizione necessaria, ma non sufficiente per uscire da questo pantano politico.

Nessuna legge elettorale può garantire stabilità e governabilità a un Paese la cui realtà politica è popolata da tre forze numericamente più o meno equivalenti (il resto mancia), ove la missione sociale principale di una di queste è il disprezzo e l’eliminazione totale delle altre due, e dove le altre due hanno pochissime politiche di riforma sociale ed economica da condividere.
La via d’uscita da queste condizioni non può essere solo istituzionale, ma può e deve essere politica.
Salvo non si voglia davvero cancellare il Senato e attribuire il 55% dei seggi al partito che abbia conseguito il 25% dei voti (magari con il 40% di astensionismo). Immaginatevela una legge così, soprattutto quando capiterà che avrà un voto in più uno degli altri due partiti rispetto al vostro.

Un SuperPorcellum? No grazie, abbiamo già avuto.

noporcellumday

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Magazzino18

Ieri sera rispondo alla last call per #Magazzino18.

Lo spettacolo ricompone, 70 anni dopo, un mosaico della storia dell’esodo istriano, fiumano e dalmata. E delle tante piccole storie che stanno intorno alla grande storia dell’esodo. Uno spettacolo potentemente sentimentale, nostalgico, delicato, la cui efficacia emotiva è affidata più alla musica che alla prosa.

Impressionante la reazione del pubblico. Non solo per la quantità (che ha suggerito un’affollatissima replica straordinaria), ma per l’intensità della risposta.

Applausi che scrosciavano per parecchi minuti dopo la fine dello spettacolo, e addirittura oltre al passaggio dell’ultimo autobus B (a Trieste, al Rossetti, vi rendete conto?). Occhi lucidi. Standing ovation. “Bravi” “Bravi”, ma soprattutto tanti che gridavano “grazie”. Come a voler esprimere inequivocabilmente che ce n’era bisogno.

Allora mi è venuto in mente questo articolo de il Piccolo (e alcuni succesivi). Una tormentone polemico montato PRIMA della prima: ho pensato alla miseria morale, al vuoto pneaumatico, all’infinita tristezza di dover per forza provarci.

E bravo Cristicchi che, d’annunzianamente, se n’è fregato.

cristicchiFB

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Scaglia

Silvio Scaglia è un top manager di Fastweb. Circa un anno fa viene raggiunto da un mandato di cattura. Ma non è a casa. Lo riceve la figlia di vent’anni. Lui è alle Antille per lavoro. Sale deciso su un aereo, ben consapevole che qualunque fosse la destinazione europea di quel volo, la meta finale sarebbe stata il carcere. 363 giorni di carcerazione preventiva.

Pochi giorni fa viene assolto per non aver commesso il fatto.

Dei 67000 detenuti delle carceri italiane, 26800 sono in attesa di giudizio. Come Silvio Scaglia. Di questi, il 13400 (il 50%) sarà dichiarato non colpevole. Come Silvio Scaglia.

È sulla base di questi numeri (e di storie di vita, come quella di Silvio Scaglia) che una politica di centrosinistra dovrebbe impedire a quella destra anormale che abita questo Paese di appropriarsi in via esclusiva del sacrosanto tema della riforma della giustizia. Riforma che per la sua ampiezza richiede strumenti di analisi e azione su cui il solo Parlamento – e non perciò un giudice e nemmeno un referendum abrogativo – può contare. È sulla base di questi numeri e di queste storie di vita, sulla base della tutt’ora perpetrata violazione del divieto di tortura a cui è già stata condannata l’Italia, che si dovrebbe trattare dell’amnistia, come strumento e non come fine. Tanto meno se il fine è propagandistico.

Silvio-Scaglia-0065

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Trieste-Lampedusa

Di fronte all’ennesimo barcone che si rovescia e a centinaia di bare in un hangar, il rischio di dire male è davvero enorme. Rischio di dire cose scontate, magari anche distorte, di speculare sulle emozioni, sul diritto, sulla retorica. Ed in particolare quando il protocollo impone di parlare a chi avrebbe magari preferito reagire con un rispettoso silenzio.

Perché c’è il rischio di dire che un barcone che si ribalta è tutta colpa della Bossi-Fini, c’è il rischio di dire che è tutta colpa del ministro – perché è donna e nera – o del Presidente della Camera – perché viene dal commissariato ONU per i rifugiati politici –. C’è il rischio di dare tutta la colpa ai pescatori. Di dare tutta la colpa all’Europa. C’è il rischio di esprimere sentimenti di giubilo e soddisfazione in coda alla notizia di qualche centinaio di morti. C’è il rischio di considerare cittadini coloro che sono rimasti sott’acqua e criminali coloro che sapevano nuotare.

Il Comune di Trieste, con ConsorzioScenico, mercoledì 9 ottobre, ore 20.30, al Ridotto del Teatro Verdi vi propone Bilal .

Lo spettacolo è tratto dal romanzo-inchiesta di Fabrizio Gatti che altro non ha fatto che farsi migrante, “con un nome falso, la colla per nascondere le impronte digitali, il borsone nero, le vecchie ciabatte, le sardine, il salvagente, le schede telefoniche”. Per fare e poi raccontare il viaggio della speranza, “il più grande viaggio del terzo millennio”.

Così invece di dire, magari dire male, facciamo dire a chi racconta per professione.

E magari cercheremo insieme anche il modo di dare una mano al Sindaco di Lampedusa, la donna più straordinaria d’Italia.

Siateci: mercoledì 9 ottobre, ore 20.30, ridotto del Teatro Verdi, Trieste

bilalFB

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interno Travaglio

Il 4 ottobre 2013 si è svolta la seduta della Giunta per le elezioni del Senato, sul procedimento di decadenza di Berlusconi. Vengono udite, come di prassi, le parti interessate. Tra le quali Ulisse Di Giacomo, primo dei non eletti del PdL in Molise, che subentrerebbe a B. in caso di decadenza. Riportiamo volentieri le parole dell’avvocato Di Pardo, legale di Di Giacomo – che vogliamo immaginare mentre si sfrega le mani nella sua splendida terra molisana – che superano Travaglio, in impennata, a destra e a sinistra. Certo che non c’è più il PdL di una volta…

[l’intervento è un po’ lungo, grassetti miei, ma merita tutto]

DI PARDO, avvocato rappresentante dell’onorevole Di Giacomo. Signor Presidente, sono da solo in rappresentanza dell’onorevole Di Giacomo, quindi, il mio intervento sarà rapidissimo, atteso che le argomentazioni sono già state sviluppate nelle memorie e che voi avete piena cognizione della materia.

Ci rivolgiamo alla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari per l’applicazione uniforme del diritto. Ci rivolgiamo alla Giunta affinché la norma in questione sia applicata in maniera uguale ad ogni cittadino.

Nella sua memoria, il senatore Berlusconi ha contestato la non imparzialità dei componenti della Giunta sentendosi, qualche modo, leso dalla circostanza che la sua questione non venga trattata da un giudice terzo e imparziale. Va riferito però che è la stessa Costituzione a prevedere questo: essa infatti non prevede che le questioni vengano trattate da un giudice terzo imparziale, ma richiede un giudizio di parte, cioè un giudizio che viene reso dagli stessi senatori che, per definizione, non sono terzi e imparziali. E non mi riferisco soltanto ai senatori che compongono la Giunta delle elezioni ma a tutti i senatori. Tutti i senatori hanno espresso giudizi sulla posizione del senatore Berlusconi; sono state svolte delle riunioni – anche ieri, mi sembra – nelle quali si è presa posizione; i vari Gruppi hanno le loro idee sulla vicenda.

Quindi, nessun senatore è terzo rispetto a questa situazione; nessun senatore presenta quelle caratteristiche di imparzialità proprie di un giudice.

Quindi, applicando all’estremo la tesi sostenuta dal senatore Berlusconi, nessuno dei senatori potrebbe giudicare e pronunciarsi nel voto definitivo. Questo per mostrare come l’argomentazione non regga.

Non si tratta di un giudizio davanti a un magistrato, ma di un giudizio di una Giunta, di un organismo che è politico, e questa non è una penalizzazione ma una garanzia in più. È una garanzia perché l’Assemblea non deve individuare un privilegio ma garantire il senatore da eventuali azioni persecutorie. Egli ha quindi una garanzia in più rispetto a quelle riconosciute a tutti i normali cittadini.

Voglio poi riferire che se il senatore Berlusconi fosse stato sottoposto – come tutti i cittadini – alla decisione di un giudice terzo e imparziale, a questo punto non sarebbe più senatore, perché la giurisprudenza sulla legge Severino è granitica: il Consiglio di Stato ha già chiarito tutto e non c’è nulla da dire.

Il Consiglio di Stato ha già chiarito che non si tratta di una norma penale, che non è una norma incostituzionale e che essa si applica anche a sentenze intervenute per fatti commessi in data precedente alla sua entrata in vigore. Non vedo quindi perché il senatore Berlusconi debba ricevere un trattamento diverso da quello che hanno ricevuto tutti i cittadini della Repubblica italiana. La pretesa mi sembra infondata: voi siete chiamati ad applicare la legge, non a individuare una posizione di privilegio a favore di un cittadino.

L’organo terzo e imparziale, al quale il senatore Berlusconi si richiama – cioè il giudice – applicando rigorosamente la legge nei confronti del signor Miniscalco l’ha dichiarato decaduto, anzi non gli ha proprio consentito di accedere al ruolo di consigliere regionale. Il giudice amministrativo, ancora, nei confronti dell’onorevole Iorio, ex presidente della Regione Molise, è stato allo stesso modo rigoroso e lo ha dichiarato decaduto dalla carica di consigliere regionale per reati ben meno gravi di quelli accertati a carico del senatore Berlusconi. Proprio ieri, lo stesso Tar del Lazio, per l’ipotesi del consigliere comunale Andrea Alzetta ha confermato questo orientamento, ha escluso qualsiasi ipotesi di incostituzionalità e un effetto retroattivo della norma e lo ha dichiarato decaduto.

Questa è la legge e questo è il modo in cui un giudice terzo e imparziale la applica nei confronti di tutti i cittadini della Repubblica. Questa è la regola e, se non vogliamo individuare una posizione di ingiustificato privilegio, non vedo perché questa legge non debba essere applicata così com’è anche nei confronti del senatore Berlusconi, a prescindere dalla circostanza che i reati accertati a suo carico sono addirittura ben più gravi di quelli contestati agli altri comuni cittadini che, ripeto, non possono ricoprire cariche elettive per questo motivo.

Sulla questione di costituzionalità, il Consiglio di Stato ha chiarito. Le parole riportate nella memoria riguardo all’indegnità morale, infatti, non sono mie ma del Consiglio di Stato che – ripeto – ha chiarito che la legge Severino non fa altro che stabilire dei principi. Ricordo a me stesso, che tale legge è stata votata da tutte le forze politiche in un momento particolare, in cui c’era una situazione di particolare degrado nella vita politica. Pertanto, mi sembra strano che oggi qualcuno la contesti.

Tale legge stabilisce il principio che chi vuole accedere ad una carica pubblica rilevante deve avere determinati requisiti morali, che non sono – mi sembra – né irragionevoli né sconcertanti. Il fatto di richiedere che chi partecipa alla formazione delle leggi dello Stato – che tutti i cittadini devono rispettare – non sia stato condannato per una frode fiscale ai danni dello stesso Stato e non sia colpito da un ordine di carcerazione non mi sembra assolutamente un requisito irragionevole. Mi sembra invece un requisito logico e coerente con un’impostazione rigorosa.

A questo punto, si solleva il problema della costituzionalità. Non penso onestamente – e qui concludo – che la Giunta delle elezioni abbia la possibilità di sollevare una questione di costituzionalità. Questo per diversi ordini di ragioni: in primo luogo, perché abbiamo detto che non è un giudice terzo e, in secondo luogo, perché la decisione finale non spetta alla Giunta, che rappresenta un passaggio intermedio. La questione di costituzionalità dovrebbe sollevarla esclusivamente l’Aula, nel momento in cui adotta la sua decisione finale, e mi sembra irreale che l’Aula, che è il legislatore, sollevi una questione di costituzionalità su una legge che essa stessa ha votato.

Il punto fondamentale però (che ritengo veramente sconcertante) mi sembra il seguente. Nella memoria del senatore Berlusconi, si chiede in definitiva che la Giunta rimetta alla Corte costituzionale la questione, cioè sollevi la questione di costituzionalità rimettendo gli atti alla Corte; questo dovrebbe addirittura avere una sorta di effetto sospensivo dell’efficacia della norma. In sostanza, si attribuisce quasi alla Giunta il potere di sospendere (perché se non si pronuncia la decadenza, vuol dire che la norma non trova applicazione), fino alla pronuncia della Corte, gli effetti di una norma approvata dal Parlamento, valida ed efficace per tutti, tant’è vero che abbiamo detto che i comuni cittadini stanno a casa.

Ora, la Giunta non ha questo potere. Il potere di sospendere gli effetti di una norma di legge spetta esclusivamente alla Corte costituzionale, né la Giunta può, semplicemente per il fatto che ha un dubbio sulla costituzionalità di una norma, non applicare la legge e ritardarne l’applicazione in attesa della pronuncia della Corte. Non lo può fare il giudice, non lo può fare la Giunta, ma soprattutto la Giunta non può paralizzare l’effetto della legge e impedire che l’Aula si pronunci.

Quindi, da un lato, mi sembra che non ci sia la competenza della Giunta di sollevare la questione di costituzionalità, d’altro canto mi sembra che la Giunta non possa comunque – se anche volesse sollevare una questione di costituzionalità rimettendo gli atti alla Corte – interrompere il procedimento che dovrebbe concludersi con la presa d’atto della incandidabilità sopravvenuta del senatore Berlusconi.

Allo stesso modo, le altre questioni, le richieste di rinvio alla Corte di giustizia o alla Corte europea dei diritti dell’uomo, mi sembra che abbiano poco a che vedere con questo procedimento, che ha come suo unico presupposto l’esistenza di una sentenza di condanna penale irrevocabile.

Quindi insisto nelle stesse conclusioni.

digiacomo

Ulisse Di Giacomo some time ago

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