sinceramente

La lettera che segue e’ pubblicata su il Piccolo di oggi. Parla di un fenomeno migratorio un po’ diverso rispetto a quello a cui si pensa di solito. Ma che ci costa moltissimo. L’ho inviata al Direttore Possamai, che ringrazio assai per l’attenzione dedicata, dopo aver letto un’altra lettera, molto (piu’) bella. Tante lettere speriamo che facciano una frase. E che sia udibile a coloro i quali finora mi pare preferiscano non sentire.

Caro Direttore,

il giornale del gruppo Espresso la Repubblica proprio ieri ha pubblicato una lettera al Presidente della Repubblica di un ricercatore trentaduenne “fuggito” in Inghilterra. La sua storia e’ la mia storia. E quella di migliaia di altri trentenni. Una formazione pubblica in Italia. Costosissima per il Paese. Una passione sconfinata per la ricerca, per la conoscenza, per le cose del mondo. Un binario morto per la ricerca. Una grande passione per la politica, per i propri luoghi. Un presente pieno di soddisfazione e felicita’ all’estero. Un sacco di rabbia per le ennesime misure che il nostro Governo, con la complicita’ e ratifica del Parlamento, sta adottando per suicidare il futuro del nostro Paese.

La sua lettera e’ la mia lettera.

Anch’io “mi riferisco alla norma prevista dall’art. 28, comma 29 della Legge di Stabilità in discussione in Parlamento in questi giorni, che intenderebbe cancellare quanto previsto dall’art. 4 del decreto legislativo 49/12, che introduceva un principio sacrosanto: e cioè che si dovesse pensare anche al futuro e non solo al presente della ricerca e della didattica delle università; e che le risorse disponibili dovessero essere equamente distribuite tra le progressioni di carriera (legittime) e le immissioni in ruolo di giovani ricercatori del tipo b (a norma della legge 240/10), l’unica figura con una prospettiva certa e chiara, dopo tre anni di lavoro di ricerca di qualità, certificato dall’ottenimento dell’abilitazione nazionale da professore associato, di poter entrare a far parte dell’organico stabile dell’università.”

Anch’io, come Cosimo, credo che l’abolizione di quel principio “rappresenterebbe una scelta miope e insensata perché non guarderebbe al futuro, ma solo al presente, peggiorando un quadro già compromesso, con il rischio di ridurre il capitale umano futuro della Ricerca Italiana; quel capitale umano che dovrà innovare e confrontarsi con le altre realtà accademiche europee e mondiali; una scelta che darebbe l’avallo a quella politica universitaria incline a premiare chi sia già immesso stabilmente in ruolo”

Anch’io come Cosimo sono ancora in attesa dell’assurda conclusione della vicenda dei progetti Sir “banditi in febbraio, scaduti a marzo (un mese per scrivere un progetto?) e di cui non si conoscono gli esiti a oggi (nel mezzo, una storia fatta d’inefficienza e incompetenza, ma non mi dilungo oltre)”.

Anch’io come Cosimo credo sia stupendo fare “un’esperienza all’estero” e non e’ nemmeno la prima; pero’ credo sia un’idiozia, innanzitutto dal punto di vista dell’investimento di risorse di un Paese, se poi questo esclude la possibilità di ritornare e non prevede dall’altro lato che l’Italia ospiti altri ricercatori da altre parti del mondo per arricchirsi anch’essa.

A me va forse ancora meglio che a Cosimo, perche’ ogni mattina alle 7.30 prendo un treno che dal Queens mi porta a Manhattan, cuore pulsante della citta’ che non dorme mai. Come per Cosimo, si calcola cge lo Stato abbia investito per la mia formazione, dalla scuola primaria fino al conseguimento del titolo di Dottore di Ricerca, circa 500.000 euro. E come per Cosimo, oggi un altro Paese “trae” vantaggio da questo, senza nulla in cambio. E come per Cosimo e il sottoscritto, altre decine di migliaia. Anna, Marco, Alessia, Paolo, Valentina, Riccardo, Andrea e decine di altre amiche e amici triestini che fanno ricerca altrove, e tornerebbero domani in Italia.

Anch’io, come Cosimo, non sto affatto male. Al contrario, anch’io sto benissimo, vivo bene e sono felice, vorrei però poter decidere di farlo nel mio e per il mio Paese.

Con cio’ ho anche un motivo in piu’ per sentire di dovre combattere, e per questo mi rivolgo al suo giornale, il nostro giornale. Trieste e’ citta’ di tante cose: citta’ della Barcolana, del caffe’, delle mule, del morbin, della clanfa… Ma e’ soprattutto citta’ della scienza. E i suoi rappresentanti al Parlamento e nelle istituzioni di questo Paese hanno il dovere di ribellarsi di fronte a queste sciagurate politiche, identiche a quelle di tutti i governi che hanno preceduto quello attuale – verso il quale, come lei forse sa, non ho particolari motivi di ostilita’ – che disprezzando la ricerca e lo sviluppo disprezzano il nostro futuro.

Ho scritto piu’ volte ai miei parlamentari. Ho scritto alla Presidente della Regione, vicesegretaria nazionale del Partito Democratico. Persone verso le quali nutro stima e fiducia. Ho chiesto loro cosa intendano fare per opporsi al perseguimento di queste politiche fallimentari. Lo rifaccio mettendo questa lettera nelle mani del suo giornale. Trieste e la regione Friuli Venezia Giulia, con il loro passato e il presente, ma soprattutto per il loro futuro devono combattere in prima linea questa battaglia.

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