Portovecchio: tra (il)legalità e immobil(iar)ismo

Finalmente la politica a Trieste si mette davanti all’esigenza di scegliere. Di valutare opzioni diverse, e dividersi. Scegliere da che parte stare. Oggetto: Portovecchio.

Nessuna città sulla faccia della terra ha l’opportunità di scegliere che fare con circa 50 ettari, per lo più abbandonati, in pieno centro, sul mare più bello del mondo. E nessuna persona sana di mente in città può voler lasciare le cose come stanno. Da anni la mia parte politica sostiene che sia necessario unire l’area alla città. Prendere atto del fatto che una moderna portualità – che è prevalentemente movimentazione e non lavorazione delle merci – richiede spazi e infrastrutture che in quella zona non possono darsi, e perciò sostiene la necessita’ di una rincoversione dell’area.

portovecchio

Da anni la mia parte politica sostiene questo indirizzo, e lo scrive nero su bianco in tutti i programmi elettorali a livello comunale, provinciale e regionale. E proprio in Comune, Provincia e Regione gli elettori hanno affidato alla mia parte politica le responsaibilità di governo.

E perciò del tutto normale che, anche a livello parlamentare, deputati e senatori del PD si adoperino per creare le condizioni per realizzare quelle scelte. Non è né più né meno del mandato che hanno ricevuto. L’emendamento di Francesco Russo al Senato non è perciò né un colpo di coda, né un’imboscata, ma fa esattamente quello per cui il bravo sen. Francesco Russo siede in Parlamento. Ed è un primo passo di un percorso comunque lungo e complicato, ma – lasciando perdere i tecnicismi – muove nella direzione di trasformare la qualificazione giuridica dell’area da demanio marittimo, con tutto ciò che ne consegue, a parte del Comune di Trieste, con tutto ciò che ne consegue.

Fatto questo primo passo si è scatenata la bufera. Manifestazioni (anche se un po’ fiappe rispetto ai bei tempi andati), contestazioni, richieste di insediare commissioni comunali di controllo, esternazioni, interviste, e prese di posizione incattivite, allusive, insinuanti.

Gli argomenti che si oppongono al percorso di trasformazione di Portovecchio sono sostanzialmente questi. Chi si oppone alla sdemanializzazione afferma di lottare per la legalità, stante lo speciale status giuridico che sull’area si trarrebbe direttamente dal Trattato di Pace del 1947 (si, avete letto bene, dal Trattato di Pace del 1947). Ora: è cosa buona e giusta combattere per la legalità. Ma in questo caso non c’è nessuno che abbia ambizioni illegali. L’emendamento alla legge di stabilità è infatti lo strumento giuridico attraverso il quale si vogliono creare le condizioni per modificare lo status giuridico dell’area. Si dirà: no se pol. Tutte le opinioni, nel mondo del diritto, e in particolare in Italia, sono legittime. Nel senso “se pol” si è pero’ pronunciato l’ufficio del contenzioso diplomatico, l’autorità più alta per dare un parere giuridico sulla questione (fuori da un tribunale). In senso diverso – oltre al Governatore, se solo esistesse – si sono pronunciate le decine di esperti internazionalisti in mimetica che improvvisamente e autorevolmente si assiepano nel capoluogo giuliano. Ognuno decida a chi credere, ma non è nemmeno questo il punto. Lo strumento idoneo a modificare il regime giuridico dell’area fa parte della tecnica, non della politica.

Ci si confronti invece sulle scelte da compiere. Una parte della città, parte a cui appartengo, si auspica che quei 50 ettari (se non tutti, una gran parte) vengano trasformati in città.

Per farci cosa?

Qui è un altro punto fondamentale dell’opposizione alla riconversione di Portovecchio. Si dice che dietro alla sdemanializzazione ci sia un’operazione di speculazione immobiliarista. Come se oggi Portovecchio fosse un parco naturale, e non uno scenario desolante di magazzini abbandonati e piazzali desolati.

Se l’ambizione di trasformare piazzali desolati e magazzini abbandonati in qualunque cosa che sia viva è speculazione immobiliarista: allora viva la speculazione immobiliarista!

Se prendere atto del fatto che nel 2014 le attività portuali richiedono strutture e spazi diversi a quelli che richiedevano ai tempi di Carlo VI è speculazione: viva la speculazione!

Perché il punto è proprio questo. Il porto è certamente una linfa economica fondamentale per la città, le regione e tutta l’area geografica. Ma – dico io e diciamo in tanti da qualche decina di anni – l’espasione del Porto non può essere realizzata tra Piazza Unità e Barcola. E siamo assai proeccupati per la situazione del Porto “nuovo” (il primo porto d’Italia, arrivando dalla Slovenia), per la mancanza di investimenti infrastrutturali a lungo termine, per la gestione allegra della baracca. Ma questo è tutto un altro discorso.

In Portovecchio va deciso se si vuole fare portualità o se si vuole fare altro: e se si vuole fare altro, l’area dev’essere resa accessibile, allacciata ai servizi della città, integrata urbanisticamente. E per fare questo la sdemalizzazione è un passo preliminare utilissimo, che non è né un fine né la fine, ma è lo strumento piu efficace attraverso il quale si può cominciare a pensare di fare altro. E in questo altro ci può essere qualunque cosa: per questo esistono gli strumenti urbanistici, esistono i piani regolatori, esiste la regolamentazione con strumenti pubblicistici delle energie che provengono dal mondo imprenditoriale, dalla società. Ci si può sbizzarrire nell’immaginazione (con i limiti di decenza che suggerirebbero di evitare di proporre il trasferimento dell’ospedale di Cattinara in Portovecchio, quando esiste gia’ un altro progetto e un altro finanziamento): dalla nautica da diporto, all’artigianato nautico. Dai centri gestionali alla biblioteca civica. Dalla città della scienza al parco del mare. Dalla nuova sede della società di assicurazioni degli Emirati Arabi al museo della clanfa.

Esistono gli ordinari strumenti che servono a far venire incontro l’interesse del soggetto imprenditoriale che investe soldi (posto che non vedo enti pubblici capaci di investire un miliardo di euro nella riconversione della zona), con gli interessi generali.

Poi è vero ciò che dice il lo spirito del Natale 2014 (che ci ha portato il Carbone): bisognerà stare attenti, ed evitare che una replica scarsamente ambiziosa di servizi già offerti da altre zone della città determini soltanto il trasferimento di una macchia della città in Portovecchio, con il riempimento del Portovecchio e lo svuotamento di una zona di città. E per evitarlo sarà necessario fare del Portovecchio una calamita rivolta verso l’esterno, favorendo quell’immigrazione di risorse, idee, concorrenza, competizione, progettualità di cui Trieste, in tracollo demografico e imprenditoriale ormai da decenni, ha disperatamente bisogno.

Riunire Portovecchio alla città. Questa è la proposta fatta alla città, e questa è la direzione in cui l’emendamento della discordia porta.

Se verso questa direzione remano anche altre parti della città e della politica: evviva!.

Se la scelta non è condivisa, ciò fa parte della democrazia. Ma non si dica che si lotta per la legalità e contro l’immobiliarismo. Perché la tecnica non è fine politico, e perché Portovecchio oggi non è un parco naturale.

Si dica piuttosto cosa si vuol fare di 50 ettari abbandonati. E come. Ma soprattutto si dica – tanto più se si è governato in città e a livello nazionale nel recente passato – perché non lo si è fatto prima.

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