Il diritto di ridicolizzare

Dopo gli eventi di Parigi impazza un dibattito importantissimo, attorno ai limiti della libertà di espressione, alla mamma di Papa Bergogolio, alla religione, al multiculturalismo.

Nel mondo del grande pensiero capita spesso che tutto sia nuovo e niente sia nuovo, e trovo straordinariamente illuminante il pezzo di seguito di Ronald Dworkin, pubblicato nel 2006 sulla New York Review of Books, che ho trovato tradotto in italiano da Giulio Itzcovich.

Il diritto di ridicolizzare

[*The Right to Ridicule (New York Review of Books)]

R. Dworkin, 23 marzo 2006

La stampa inglese e gran parte di quella americana hanno fatto bene, tutto considerato, a non ripubblicare le vignette danesi contro le quali milioni di musulmani furenti hanno protestato in giro per il mondo con violenta e terribile distruzione. Ristamparle avrebbe molto probabilmente causato – e ancora potrebbe causare – l’uccisione di altre persone e la distruzione di altre proprietà. Avrebbe provocato un grande dolore a molti musulmani inglesi e americani perché si sarebbero sentiti dire da altri musulmani che la pubblicazione era volta a dimostrare disprezzo per la loro religione. Questa percezione in molti casi sarebbe stata inesatta e ingiustificata, eppure il dolore sarebbe stato autentico. È vero, i lettori e gli spettatori che hanno seguito la vicenda avrebbero ben potuto voler giudicare da se stessi l’impatto, l’umorismo e l’offensività delle vignette, e la stampa avrebbe perciò potuto sentirsi in dovere di fornire loro tale opportunità. Ma il pubblico non ha un diritto a leggere o vedere qualsiasi cosa voglia a prescindere dal costo, e in ogni caso le vignette sono ampiamente accessibili su internet.

A volte l’autocensura della stampa può implicare la perdita di informazioni, argomentazioni, creazioni letterarie o espressioni artistiche significative, ma non in questo caso. Potrebbe sembrare che la mancata pubblicazione dia una vittoria ai fanatici e alle autorità che hanno istigato le proteste violente e perciò li inciti a seguire tattiche simili in futuro. Ma ci sono forti indizi che l’ondata di rivolte e distruzione – scatenatasi all’improvviso, quattro mesi dopo che le vignette erano state pubblicate per la prima volta – sia stata orchestrata dai leader musulmani in Danimarca e nel Medio Oriente per ragioni politiche più ampie. Se tale analisi è corretta, allora mantenere la faccenda scottante attraverso nuove ripubblicazioni potrebbe in realtà servire gli interessi dei responsabili e remunerare la loro strategia di incoraggiamento della violenza.

C’è il pericolo reale, tuttavia, che la decisione della stampa inglese e americana di non ripubblicare, per quanto saggia, possa essere erroneamente interpretata come un sostegno all’opinione ampiamente diffusa secondo cui la libertà di parola avrebbe dei limiti e dovrebbe essere bilanciata con le virtù del “multiculturalismo” e secondo cui il governo Blair avrebbe avuto ragione dopotutto a proporre che venisse criminalizzata la pubblicazione di qualsiasi cosa sia “abusivo o insultante” per un gruppo religioso.

La libertà di parola non è soltanto un emblema speciale e caratteristico della cultura occidentale che possa essere generosamente limitato o condizionato in segno di rispetto per altre culture che lo respingono, allo stesso modo in cui in una esibizione pubblica si potrebbero affiancare la mezzaluna o la menorah ai simboli della religione cristiana. La libertà di parola è una condizione di legittimità del governo. Le leggi e le politiche pubbliche non sono legittime a meno che non siano state adottate attraverso una procedura democratica, e una procedura non è democratica se il governo ha impedito a qualcuno di esprimere le sue convinzioni riguardo a come dovrebbero essere tali leggi e politiche pubbliche.

Ridicolizzare è un genere specifico di espressione; la sua sostanza non può essere rimpacchettata in una forma retorica meno offensiva senza esprimere qualcosa di molto diverso da quel che si intendeva dire. Questa è la ragione per cui le vignette e le altre forme di scherno sono state per secoli, anche quando erano illegali, fra le armi più importanti dei movimenti politici sia nobili sia malvagi.

Quindi in una democrazia nessuno, non importa quanto potente o impotente, può avere un diritto a non essere offeso o insultato. Questo principio è di particolare importanza in un paese che lotti per l’equità etnica e razziale. Se le minoranze deboli e impopolari vogliono che il diritto le protegga dalle discriminazioni economiche o giuridiche – se vogliono che siano approvate delle leggi che proibiscono le discriminazioni in loro danno nell’accesso al lavoro, ad esempio – allora devono essere disposte a tollerare qualsiasi insulto o scherno che le persone contrarie a tale legislazione vorranno offrire a chi vota con loro, perché solo una comunità che permette tali insulti come parte del dibattito pubblico può legittimamente adottare leggi di questo genere. Se ci aspettiamo che i bigotti accettino il verdetto della maggioranza una volta che la maggioranza ha parlato, allora dobbiamo permettere loro di esprimere la propria bigotteria nell’ambito del processo il cui verdetto chiediamo loro di accettare. Qualsiasi cosa significhi il multiculturalismo – qualsiasi cosa significhi la richiesta di maggiore “rispetto” per tutti i cittadini e tutti i gruppi – le virtù del multiculturalismo sarebbero controproducenti se fossero pensate come una giustificazione della censura ufficiale.

I musulmani che sono indignati dalle vignette danesi notano che in molti paesi europei è un reato negare pubblicamente, come ha fatto il presidente dell’Iran, che l’Olocausto abbia mai avuto luogo. Dicono che la preoccupazione occidentale per la libertà di parola è perciò solo una ipocrisia egoista, e non hanno tutti i torti. Ma ovviamente il rimedio non può essere un ulteriore aggravamento del pregiudizio per la legittimità democratica, quanto piuttosto che si lavori per una nuova interpretazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che colpisca la legislazione antinegazionista e simili leggi in Europa per quello che sono: violazioni di quella libertà di espressione che la Convenzione protegge.

Si dice spesso che la religione è speciale, perché le convinzioni religiose della gente sono così centrali per la loro personalità che non si dovrebbe chiedere a nessuno di tollerare la messa in ridicolo delle proprie credenze, e perché qualcuno potrebbe sentire di avere un dovere religioso di reagire violentemente a ciò che gli appare come un sacrilegio. Il Regno Unito a quanto pare ha adottato tale posizione perché mantiene il reato di bestemmia, sebbene solo per le offese contro la Cristianità. Ma non possiamo fare un’eccezione per le offese religiose se vogliamo che il diritto protegga il libero esercizio della religione in altri modi. Se, per esempio, vogliamo impedire che la polizia selezioni le persone che sembrano o vestono come musulmani al fine di eseguire perquisizioni speciali, non possiamo anche impedire a chi si oppone a tale politica di affermare, attraverso vignette o in altro modo, che l’Islam è impegnato nel terrorismo, per quanto che tale opinione sia fuorviante. Certamente dovremmo criticare il giudizio e il buongusto di persone del genere. Ma la religione deve rispettare i principi della democrazia, non viceversa. A nessuna religione deve essere permesso di legiferare per tutti su ciò che può o non può essere disegnato, non più di quanto possa legiferare su ciò che può o non può essere mangiato. Non si può pensare che le convinzioni religiose di qualcuno prevalgano su quella libertà che rende la democrazia possibile.

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