Amaro Marino

La dimissioni ingloriosissime di Marino mi lasciano una infinita tristezza.

Per un motivo “politicamente personale”. In occasione delle primarie delle 2009 mi iscrissi al al PD soltanto per votare Marino. Il chirurgo-politico rappresentava quel vento di aria nuova, era uno bravo, intelligente, con vocazione e biografia internazionale, senza barba. Diceva le cose come andavano dette, sulle scelte di fine vita, sulla la laicità, sulle sfide grosse e i nodi irrisolti. Marino, alle primarie, era esattamente l’immagine del partito come lo voleva Debora Serracchiani nel famoso discorso ai circoli che la lanciò alla ribalta nazionale qualche anno dopo. Un partito democratico non solo nel nome, che discute e che poi decide e dice finalmente una parola chiara.

Dietro alla disfatta di Marino c’è la teoria del complotto e della congiura di Catilina 2.0, dove gli scontrini fanno la parte della coltella (o meglio, come dice un amico, della cortellata). E tutto può essere.

Davanti alla disfatta di Marino, non si capisce poi come sia stato Marino sindaco. Deludente, secondo molte analisi. Ma io mi chiedo, dal basso della mia esperienza in un Comune, come si possa valutare Marino sindaco, quando le uniche competenze davvero incisive di un Comune sono di pianificazione e programmazione. Mobilità, traffico, pianificazione urbanistica, regolamenti edilizi, pianificazione del bilancio e distribuzione delle risorse. Pianifichi, progetti, bandisci, costruisci. E in mentre fai tutto questo passano anni, magari lustri e decenni prima che la città venga trasformata secondo la tua idea.

Quello che è chiaro e che Marino è stato mollato da tutti a una velocità pazzesca e comparabile soltanto al suo consenso iniziale.

È stato mollato non solo dalla criminalità, dagli ambulanti abusivi legalizzati, dalla Roma dei condoni, dagli amici degli amici. Che, vabbé, ovvio. Ma dai sindacati, dagli amici, dagli elettori. Persino il Papa – quello che tutti dicono buono – gliene ha cantate al Sindaco che “si professa cattolico” e che non “era stato da lui invitato” negli USA (affermazione curiosa, posto che mai aveva detto di essere stato invitato dal Papa). Cornuto e mazziato

Questa cosa degli scontrini ha fatto il resto. Ammesso e non concesso che tutto sia vero (perché è davvero difficile credere che sia veramente così fesso), l’infinita serie di errori riportati con enorme (e sospetto) clamore dalla stampa è continuata con una escalation incredibile, fino a impegnarsi a versare tutti i soldi spesi per rappresentanza (e perché se non hai colpe?) e alla lettere di dimissioni-ma-anche-no.

La politica non è solo esser brave persone e oneste. Questo dovrebbe essere proprio il minimo minimo. Non è solo avere una visione del mondo che sia coerente con il sentire di chi si rappresenta e che sia al passo con i tempi. La politica è anche e soprattutto costruzione del consenso nei luoghi dove il consenso è necessario per realizzare quella visione del mondo.

E Marino il consenso non lo trovava più – per citare i classici della sinistra – “nemmeno dentro al cesso”.

La fine, dunque, è ingloriosa, e sarà seguita da chissà quali altri disastri, che abbiano la faccia dei vecchi ladri, dei nuovi incompetenti o dei nostri eroi che davanti alla battaglia più difficile si permettono di dire, sedendo comodamente su uno scranno parlamentare “no grazie, la battaglia è troppo dura, avanti qualcun’altro”.

La fine ingloriosa di Marino, per questo, è per me una notizia molto amara guardando al passato. Guardando al presente, invece, mi pare che suggerisca che è il caso di tenersi stretto chi, oltre ad avere quei requisiti minimi di cui un politico ha bisogno, ha pure la capacità di creare consenso nei luoghi dove il consenso è necessario (leggasi, Renzi). E guardando al futuro ci dice che è il caso di coltivarne altri, tanti altri, politici onesti e con una visione del mondo che sia coerente con il sentire della proprio ggggente e sia al passo con i tempi, giusto perché dipendere dalla sopravvivenza politica dell’attuale inquilino di palazzo Chigi non è esattamente una prospettiva rosea.

Mari

Mari