Costituenti e ricostituenti

Calamandrei, Dossetti, Togliatti, La Pira, Perassi. Boschi, Renzi, Finocchiaro, Alfano. La tentazione dell’accostamente è fortissima, in tempi di riforme costituzionali nate sotto l’auspicio dell’ennesima “legislatura costituente”.

Eppure è da un po’ che ho l’impressione che i vecchi tempi andati non erano poi questa gran figata come le memoria storica intende consegnarceli.

Un piccola testimonianza: “sono spiacevolmente sorpreso dei tanti vuoti che constato in ogni settore e debbo rammaricare vivamente che la nostra discussione non si inizi alla presenza di tutti, o almeno della maggior parte dei membri della Costituente”. Così il Presidente Terracini apostrofava l’aula il 4 marzo 1947, nella seduta in cui la plenaria si apprestava ad esaminare il progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

Suona familiare, o no?

Forse questa litania che oggi tutti sono scarsi  ieri tutti erano geni non è poi così vera. Forse è come dice un amico, ovvero che non è affatto vero che ieri gli scarsi non esistevano, semplicemente la storia li ha (giustamente) dimenticati: l’unico piccolo problema, secondo lui, è che i geni di oggi devono ancora arrivare.

O forse è il solo il tempo che, per quanto ne dica Max Gazzè, alla fine migliora le cose.

boschi-calderoli-e-finocchiaro

specchio del Paese

Le dimissioni dal Parlamento sono una di quelle notizie a cui non siamo preparati in Italia. Sarà per questo che quelle di Enrico Letta hanno suscitato reazioni varie e contrastanti: da giù il cappello – che signore! – a perecottaio – paraculato – ladro di stipendi. Le ultime si riferiscono al suo assenteismo cronico.

Ora: valutare la buona politica dalla sola presenza è un metodo assai approssimativo, però certo che esserci è un buon punto di partenza.

Per cercare di vederci un po’ meglio mi sono andato a (ri)guardare openparlamento, un sito che si occupa esattamente di questo: valutare in modo più articolato possibile l’operato dei nostri rappresentanti.

Allora sono andato a guardare i Parlamentari triestini. Ed è un esercizio che raccomando in qualunque città o circoscrizione se vivi a Raschiacco di Faedis. Da esercitare con cautela, senza affidarsi al solo indice di produttività. A seconda delle posizioni dei parlamentari nei gruppi (capogruppo, segretario d’aula, cane sciolto, componente di gruppo di maggioranza, minoranza, piccolo/medio/grande/misto) può essere assai più facile per un parlamentare produrre attività su cui hanno lavorato altri: lo spiegano bene qui nel sito. Insomma, il sito va maneggiato con cautela, ne vanno letti i dettagli e ne va affiancata l’esperienza diretta, però è sempre meglio di ascoltare Studio Aperto.

Il risultato dell’indagine iniziata da Letta, ma continuata con Russo, Rosato, Blazina, Fedriga, Prodani, Savino, Battista

  • I parlamentari triestini sono esageratamente tanti. Tanto che ci ho messo vari minuti a ricordarmeli tutti.
  • Non sono tutti uguali. Anzi. Si occupano di cose assai diverse, anche rispetto al loro ruolo, ma mediamente l’indice di produttività è alto e lo sono soprattutto le loro presenze e la loro attivita’ emendativa.

Poi – e sembra non c’entrare nulla – mi sono imbattutto ai commenti di uno dei mitici post del Gianni nazionale Morandi, nel quale ricordava quanto recentemente l’Italia fosse un paese di immigrati. I commenti erano un’impressionante collezione di pressapochismo, razzismo e ignoranza vomitate sulla tastiera.

21 aprile. A proposito di migranti ed emigranti, non dobbiamo mai dimenticare che migliaia e migliaia di…

Posted by Gianni Morandi on Tuesday, April 21, 2015

Ho sempre avuto l’impressione che nonostante tutto la politica in Italia, ancora oggi, non sia solo un specchio del Paese. Sia – grazie al cielo – pure un po’ meglio del Paese. Ecco: continuo a crederlo.

Il diritto di ridicolizzare

Dopo gli eventi di Parigi impazza un dibattito importantissimo, attorno ai limiti della libertà di espressione, alla mamma di Papa Bergogolio, alla religione, al multiculturalismo.

Nel mondo del grande pensiero capita spesso che tutto sia nuovo e niente sia nuovo, e trovo straordinariamente illuminante il pezzo di seguito di Ronald Dworkin, pubblicato nel 2006 sulla New York Review of Books, che ho trovato tradotto in italiano da Giulio Itzcovich.

Il diritto di ridicolizzare

[*The Right to Ridicule (New York Review of Books)]

R. Dworkin, 23 marzo 2006

La stampa inglese e gran parte di quella americana hanno fatto bene, tutto considerato, a non ripubblicare le vignette danesi contro le quali milioni di musulmani furenti hanno protestato in giro per il mondo con violenta e terribile distruzione. Ristamparle avrebbe molto probabilmente causato – e ancora potrebbe causare – l’uccisione di altre persone e la distruzione di altre proprietà. Avrebbe provocato un grande dolore a molti musulmani inglesi e americani perché si sarebbero sentiti dire da altri musulmani che la pubblicazione era volta a dimostrare disprezzo per la loro religione. Questa percezione in molti casi sarebbe stata inesatta e ingiustificata, eppure il dolore sarebbe stato autentico. È vero, i lettori e gli spettatori che hanno seguito la vicenda avrebbero ben potuto voler giudicare da se stessi l’impatto, l’umorismo e l’offensività delle vignette, e la stampa avrebbe perciò potuto sentirsi in dovere di fornire loro tale opportunità. Ma il pubblico non ha un diritto a leggere o vedere qualsiasi cosa voglia a prescindere dal costo, e in ogni caso le vignette sono ampiamente accessibili su internet.

A volte l’autocensura della stampa può implicare la perdita di informazioni, argomentazioni, creazioni letterarie o espressioni artistiche significative, ma non in questo caso. Potrebbe sembrare che la mancata pubblicazione dia una vittoria ai fanatici e alle autorità che hanno istigato le proteste violente e perciò li inciti a seguire tattiche simili in futuro. Ma ci sono forti indizi che l’ondata di rivolte e distruzione – scatenatasi all’improvviso, quattro mesi dopo che le vignette erano state pubblicate per la prima volta – sia stata orchestrata dai leader musulmani in Danimarca e nel Medio Oriente per ragioni politiche più ampie. Se tale analisi è corretta, allora mantenere la faccenda scottante attraverso nuove ripubblicazioni potrebbe in realtà servire gli interessi dei responsabili e remunerare la loro strategia di incoraggiamento della violenza.

C’è il pericolo reale, tuttavia, che la decisione della stampa inglese e americana di non ripubblicare, per quanto saggia, possa essere erroneamente interpretata come un sostegno all’opinione ampiamente diffusa secondo cui la libertà di parola avrebbe dei limiti e dovrebbe essere bilanciata con le virtù del “multiculturalismo” e secondo cui il governo Blair avrebbe avuto ragione dopotutto a proporre che venisse criminalizzata la pubblicazione di qualsiasi cosa sia “abusivo o insultante” per un gruppo religioso.

La libertà di parola non è soltanto un emblema speciale e caratteristico della cultura occidentale che possa essere generosamente limitato o condizionato in segno di rispetto per altre culture che lo respingono, allo stesso modo in cui in una esibizione pubblica si potrebbero affiancare la mezzaluna o la menorah ai simboli della religione cristiana. La libertà di parola è una condizione di legittimità del governo. Le leggi e le politiche pubbliche non sono legittime a meno che non siano state adottate attraverso una procedura democratica, e una procedura non è democratica se il governo ha impedito a qualcuno di esprimere le sue convinzioni riguardo a come dovrebbero essere tali leggi e politiche pubbliche.

Ridicolizzare è un genere specifico di espressione; la sua sostanza non può essere rimpacchettata in una forma retorica meno offensiva senza esprimere qualcosa di molto diverso da quel che si intendeva dire. Questa è la ragione per cui le vignette e le altre forme di scherno sono state per secoli, anche quando erano illegali, fra le armi più importanti dei movimenti politici sia nobili sia malvagi.

Quindi in una democrazia nessuno, non importa quanto potente o impotente, può avere un diritto a non essere offeso o insultato. Questo principio è di particolare importanza in un paese che lotti per l’equità etnica e razziale. Se le minoranze deboli e impopolari vogliono che il diritto le protegga dalle discriminazioni economiche o giuridiche – se vogliono che siano approvate delle leggi che proibiscono le discriminazioni in loro danno nell’accesso al lavoro, ad esempio – allora devono essere disposte a tollerare qualsiasi insulto o scherno che le persone contrarie a tale legislazione vorranno offrire a chi vota con loro, perché solo una comunità che permette tali insulti come parte del dibattito pubblico può legittimamente adottare leggi di questo genere. Se ci aspettiamo che i bigotti accettino il verdetto della maggioranza una volta che la maggioranza ha parlato, allora dobbiamo permettere loro di esprimere la propria bigotteria nell’ambito del processo il cui verdetto chiediamo loro di accettare. Qualsiasi cosa significhi il multiculturalismo – qualsiasi cosa significhi la richiesta di maggiore “rispetto” per tutti i cittadini e tutti i gruppi – le virtù del multiculturalismo sarebbero controproducenti se fossero pensate come una giustificazione della censura ufficiale.

I musulmani che sono indignati dalle vignette danesi notano che in molti paesi europei è un reato negare pubblicamente, come ha fatto il presidente dell’Iran, che l’Olocausto abbia mai avuto luogo. Dicono che la preoccupazione occidentale per la libertà di parola è perciò solo una ipocrisia egoista, e non hanno tutti i torti. Ma ovviamente il rimedio non può essere un ulteriore aggravamento del pregiudizio per la legittimità democratica, quanto piuttosto che si lavori per una nuova interpretazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che colpisca la legislazione antinegazionista e simili leggi in Europa per quello che sono: violazioni di quella libertà di espressione che la Convenzione protegge.

Si dice spesso che la religione è speciale, perché le convinzioni religiose della gente sono così centrali per la loro personalità che non si dovrebbe chiedere a nessuno di tollerare la messa in ridicolo delle proprie credenze, e perché qualcuno potrebbe sentire di avere un dovere religioso di reagire violentemente a ciò che gli appare come un sacrilegio. Il Regno Unito a quanto pare ha adottato tale posizione perché mantiene il reato di bestemmia, sebbene solo per le offese contro la Cristianità. Ma non possiamo fare un’eccezione per le offese religiose se vogliamo che il diritto protegga il libero esercizio della religione in altri modi. Se, per esempio, vogliamo impedire che la polizia selezioni le persone che sembrano o vestono come musulmani al fine di eseguire perquisizioni speciali, non possiamo anche impedire a chi si oppone a tale politica di affermare, attraverso vignette o in altro modo, che l’Islam è impegnato nel terrorismo, per quanto che tale opinione sia fuorviante. Certamente dovremmo criticare il giudizio e il buongusto di persone del genere. Ma la religione deve rispettare i principi della democrazia, non viceversa. A nessuna religione deve essere permesso di legiferare per tutti su ciò che può o non può essere disegnato, non più di quanto possa legiferare su ciò che può o non può essere mangiato. Non si può pensare che le convinzioni religiose di qualcuno prevalgano su quella libertà che rende la democrazia possibile.

god_freedom_exrpession

abolire l’8 per mille

Un buon fioretto per il 2015. Abolire l’8 X 1000. O se preferite superarlo, abrogarlo, demolirmo, smontarlo, eliminarlo.

E non lo dico io, ma lo dice – sostanzialmente – la Corte dei conti.

Con la deliberazione n. 16/2014/G la sezione centrale di controllo ha infatti pubblicato, il 23 ottobre 2014, la relazione su “Destinazione e Gestione dell’8 per mille dell’IRPEF“. Una lettura integrale e’ raccomandabilissima (astenersi i deboli di cuore), ma in sintesi il quadro che se ne trae e’ questo (trovate le 98 pagine di testo a questo link):

C’e’ un fiume di denaro pubblico che dalle tasche dei cittadini viene versato, in sostanza, alla Chiesa cattolica (18 miliardi di euro dall’istituzione nei primi anni ’90).

Questo fiume di denaro viene versato mediante un sistema ingannatorio: per chi non lo sapesse (moltissimi), l’8 per mille di ogni contribuente viene distribuito comunque, anche se non si opta per nessuna destinazione. Le quote dei non optanti vengono distribuite in proporzione alle scelte degli optanti.

Il fiume di denaro pubblico in questione, “in un contesto di generalizzata riduzione delle spese sociali a causa della congiuntura economica” e’ in controtendenza e continua a incrementarsi “avendo, da tempo, superato ampiamento il MILIARDO di euro annui“, di gran lungo superiore alla spesa per il sostentamento del clero, finalita’ per cui esiste l’8X1000.

La quota di spettanza statale, che dovrebbe essere destinata a specifiche finalita’ umanitarie (a cui si e’ aggiunta quest’anno l’edilizia scolastica), viene costantemente distolta da tali finalita’ attraverso singole leggi (ad esempio nel 2013 dei 170 mln euro spettanti allo Stato per le finalita’ umanitarie, ne sono rimasti disponibili soltanto 400 mila). Come se non bastasse una quota di tali risorse, “nata come alternativa alla scelta per le confessioni, sono state veicolate, per un parte consistente, verso scopi riconducibili agli intreressi di quest’ultimo”.

Per fare un simpatico esempio, “sorprende l’ingente finanziamento concesso, in anni passati, a favore del restauro del prospetto principlae della sede della Pontificia universita’ gregoriana e del suo cortile maggiore” posto che tale sede gode della extraterritorialita’ e non riveste particolare pregio “in considerazione delle priorita’ di tutela e salvaguardia dei monumenti”. Eppure le somme di competenza STATALE per finanziare il restauro ammontano a a) 1.441.965 euro (2002) b) 370.000 (2004) c) 442.550 euro (2007) d) 457.444,83 euro (2009). Circa 2.5 mln di Euro della quota statale dell’8 per MILLE.

Tale fiume di denaro, come se non bastasse, viene gestito nella piu’ totale assenza di trasparenza e in assenza di procedure che garantiscano adeguati controlli e conoscibilita’ (ancora: non un’opinione mia, ma sono le parole inequivocabili della relazione della Corte dei conti).

Mentre la Chiesa cattolica spende un vagone di risorse (nel 2013 in pubblicita’ RAI piu’ di 3.4 Mln Euro) per pubblicizzare la possibilita’ di optare a suo favore (aggiungendovi tecniche di comunicazione – come di consueto – efficacissime, vedi il concorso http://www.ifeelcud.it), lo Stato non alza un dito, e non sorprende che le opzioni a favore dello Stato siano costantemente in diminuzione.

A fronte di questo quadro impressionante, che non rappresenta l’Unione degli Atei Agnostici e Razionalisti, che non rappresenta Marco Pannella, ma che rappresenta la Corte dei conti della Repubblica italiana, il minimo che possiamo chiedere e’ lo smantellamento di questo sistema. E non perche’ sia truffaldino; non perche’ sia in palese contrasto con il supremo principio di laicita’; non perche’ sia una lesione palese del principio di eguaglianza: semplicemente perche’ la festa e’ finita e non possiamo permettercelo.

Il Governo ne ha l’occasione, avendo ricevuto delega nella legge 11 marzo 2014, n. 23 per assicurare “la razionalizzazione e la riforma dell’istituto della destinazione dell’8 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche”. #cambiaverso: smantella l’8 per mille.

E poi? E poi si introduca uno qualsiasi dei sistemi di finanziamento che vigono nel resto del mondo (vedi pag. 21 della relazione): che non sia truffaldino, che rispetti la volonta’ del contribuente, che non leda il principio supremo di laicita’, ma che soprattutto ci costi di meno.

laicita

Portovecchio: tra (il)legalità e immobil(iar)ismo

Finalmente la politica a Trieste si mette davanti all’esigenza di scegliere. Di valutare opzioni diverse, e dividersi. Scegliere da che parte stare. Oggetto: Portovecchio.

Nessuna città sulla faccia della terra ha l’opportunità di scegliere che fare con circa 50 ettari, per lo più abbandonati, in pieno centro, sul mare più bello del mondo. E nessuna persona sana di mente in città può voler lasciare le cose come stanno. Da anni la mia parte politica sostiene che sia necessario unire l’area alla città. Prendere atto del fatto che una moderna portualità – che è prevalentemente movimentazione e non lavorazione delle merci – richiede spazi e infrastrutture che in quella zona non possono darsi, e perciò sostiene la necessita’ di una rincoversione dell’area.

portovecchio

Da anni la mia parte politica sostiene questo indirizzo, e lo scrive nero su bianco in tutti i programmi elettorali a livello comunale, provinciale e regionale. E proprio in Comune, Provincia e Regione gli elettori hanno affidato alla mia parte politica le responsaibilità di governo.

E perciò del tutto normale che, anche a livello parlamentare, deputati e senatori del PD si adoperino per creare le condizioni per realizzare quelle scelte. Non è né più né meno del mandato che hanno ricevuto. L’emendamento di Francesco Russo al Senato non è perciò né un colpo di coda, né un’imboscata, ma fa esattamente quello per cui il bravo sen. Francesco Russo siede in Parlamento. Ed è un primo passo di un percorso comunque lungo e complicato, ma – lasciando perdere i tecnicismi – muove nella direzione di trasformare la qualificazione giuridica dell’area da demanio marittimo, con tutto ciò che ne consegue, a parte del Comune di Trieste, con tutto ciò che ne consegue.

Fatto questo primo passo si è scatenata la bufera. Manifestazioni (anche se un po’ fiappe rispetto ai bei tempi andati), contestazioni, richieste di insediare commissioni comunali di controllo, esternazioni, interviste, e prese di posizione incattivite, allusive, insinuanti.

Gli argomenti che si oppongono al percorso di trasformazione di Portovecchio sono sostanzialmente questi. Chi si oppone alla sdemanializzazione afferma di lottare per la legalità, stante lo speciale status giuridico che sull’area si trarrebbe direttamente dal Trattato di Pace del 1947 (si, avete letto bene, dal Trattato di Pace del 1947). Ora: è cosa buona e giusta combattere per la legalità. Ma in questo caso non c’è nessuno che abbia ambizioni illegali. L’emendamento alla legge di stabilità è infatti lo strumento giuridico attraverso il quale si vogliono creare le condizioni per modificare lo status giuridico dell’area. Si dirà: no se pol. Tutte le opinioni, nel mondo del diritto, e in particolare in Italia, sono legittime. Nel senso “se pol” si è pero’ pronunciato l’ufficio del contenzioso diplomatico, l’autorità più alta per dare un parere giuridico sulla questione (fuori da un tribunale). In senso diverso – oltre al Governatore, se solo esistesse – si sono pronunciate le decine di esperti internazionalisti in mimetica che improvvisamente e autorevolmente si assiepano nel capoluogo giuliano. Ognuno decida a chi credere, ma non è nemmeno questo il punto. Lo strumento idoneo a modificare il regime giuridico dell’area fa parte della tecnica, non della politica.

Ci si confronti invece sulle scelte da compiere. Una parte della città, parte a cui appartengo, si auspica che quei 50 ettari (se non tutti, una gran parte) vengano trasformati in città.

Per farci cosa?

Qui è un altro punto fondamentale dell’opposizione alla riconversione di Portovecchio. Si dice che dietro alla sdemanializzazione ci sia un’operazione di speculazione immobiliarista. Come se oggi Portovecchio fosse un parco naturale, e non uno scenario desolante di magazzini abbandonati e piazzali desolati.

Se l’ambizione di trasformare piazzali desolati e magazzini abbandonati in qualunque cosa che sia viva è speculazione immobiliarista: allora viva la speculazione immobiliarista!

Se prendere atto del fatto che nel 2014 le attività portuali richiedono strutture e spazi diversi a quelli che richiedevano ai tempi di Carlo VI è speculazione: viva la speculazione!

Perché il punto è proprio questo. Il porto è certamente una linfa economica fondamentale per la città, le regione e tutta l’area geografica. Ma – dico io e diciamo in tanti da qualche decina di anni – l’espasione del Porto non può essere realizzata tra Piazza Unità e Barcola. E siamo assai proeccupati per la situazione del Porto “nuovo” (il primo porto d’Italia, arrivando dalla Slovenia), per la mancanza di investimenti infrastrutturali a lungo termine, per la gestione allegra della baracca. Ma questo è tutto un altro discorso.

In Portovecchio va deciso se si vuole fare portualità o se si vuole fare altro: e se si vuole fare altro, l’area dev’essere resa accessibile, allacciata ai servizi della città, integrata urbanisticamente. E per fare questo la sdemalizzazione è un passo preliminare utilissimo, che non è né un fine né la fine, ma è lo strumento piu efficace attraverso il quale si può cominciare a pensare di fare altro. E in questo altro ci può essere qualunque cosa: per questo esistono gli strumenti urbanistici, esistono i piani regolatori, esiste la regolamentazione con strumenti pubblicistici delle energie che provengono dal mondo imprenditoriale, dalla società. Ci si può sbizzarrire nell’immaginazione (con i limiti di decenza che suggerirebbero di evitare di proporre il trasferimento dell’ospedale di Cattinara in Portovecchio, quando esiste gia’ un altro progetto e un altro finanziamento): dalla nautica da diporto, all’artigianato nautico. Dai centri gestionali alla biblioteca civica. Dalla città della scienza al parco del mare. Dalla nuova sede della società di assicurazioni degli Emirati Arabi al museo della clanfa.

Esistono gli ordinari strumenti che servono a far venire incontro l’interesse del soggetto imprenditoriale che investe soldi (posto che non vedo enti pubblici capaci di investire un miliardo di euro nella riconversione della zona), con gli interessi generali.

Poi è vero ciò che dice il lo spirito del Natale 2014 (che ci ha portato il Carbone): bisognerà stare attenti, ed evitare che una replica scarsamente ambiziosa di servizi già offerti da altre zone della città determini soltanto il trasferimento di una macchia della città in Portovecchio, con il riempimento del Portovecchio e lo svuotamento di una zona di città. E per evitarlo sarà necessario fare del Portovecchio una calamita rivolta verso l’esterno, favorendo quell’immigrazione di risorse, idee, concorrenza, competizione, progettualità di cui Trieste, in tracollo demografico e imprenditoriale ormai da decenni, ha disperatamente bisogno.

Riunire Portovecchio alla città. Questa è la proposta fatta alla città, e questa è la direzione in cui l’emendamento della discordia porta.

Se verso questa direzione remano anche altre parti della città e della politica: evviva!.

Se la scelta non è condivisa, ciò fa parte della democrazia. Ma non si dica che si lotta per la legalità e contro l’immobiliarismo. Perché la tecnica non è fine politico, e perché Portovecchio oggi non è un parco naturale.

Si dica piuttosto cosa si vuol fare di 50 ettari abbandonati. E come. Ma soprattutto si dica – tanto più se si è governato in città e a livello nazionale nel recente passato – perché non lo si è fatto prima.

referendum NO € e la supercazzola prematurata

In questi giornI leggo a destra e a manca che il M5S sta raccogliendo firme per un referendum per uscire dall’Euro. Al di la’ del dettaglio che uscire da soli bellamente dall’euro sarebbe un formidabile modo per farsi ancora piu’ male di quanto non ci facciamo gia’, un referendum sull’euro e’ palesemente inammissibile per ragioni sulle quali non mi soffermo piu’ di tanto: i referendum abrogativi non sono ammessi sulle norme che danno esecuzione ai trattati internazionali e quelli consultivi – oltre a essere consultivi,e non determinare dunque l’uscita di nessuno da niente – vanno autorizzati da una legge costituzionale che il M5S non avra’ mai i numeri per far approvare.

Ho cercato allora di capire per cosa raccolgono le firme i nostri eroi a 5 stelle. Hanno sempre questo tiro da primi della classe, non potranno mica avere preso un granchio grosso come una granzievola?

La realta’ e’ ancora piu’ gustosa della granzievola: ai banchetti raccolgono firme a sostegno di una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare con cui modificare la costituzione per ammettere un referendum consultivo extra ordinem sull’uscita dell’Italia dall’Euro.

Cioe’ raccolgono firme per sostenere uno strumento di democrazia diretta che – al di la’ di come la si pensi sul punto – non hai MAI funzionato nella storia della repubblica (la legge di iniziativa popolare), nel senso che non ha mai portato al voto un solo progetto di legge (nemmeno ordinaria, figuriamoci costituzionale). Che, peraltro, se pure fantapoliticamente andasse al voto non troverebbe mai i numeri per venire approvato.

Non si fa prima a fare politica?

img1024-700_dettaglio2_Grillo-fuori-dalleuro

sinceramente

La lettera che segue e’ pubblicata su il Piccolo di oggi. Parla di un fenomeno migratorio un po’ diverso rispetto a quello a cui si pensa di solito. Ma che ci costa moltissimo. L’ho inviata al Direttore Possamai, che ringrazio assai per l’attenzione dedicata, dopo aver letto un’altra lettera, molto (piu’) bella. Tante lettere speriamo che facciano una frase. E che sia udibile a coloro i quali finora mi pare preferiscano non sentire.

Caro Direttore,

il giornale del gruppo Espresso la Repubblica proprio ieri ha pubblicato una lettera al Presidente della Repubblica di un ricercatore trentaduenne “fuggito” in Inghilterra. La sua storia e’ la mia storia. E quella di migliaia di altri trentenni. Una formazione pubblica in Italia. Costosissima per il Paese. Una passione sconfinata per la ricerca, per la conoscenza, per le cose del mondo. Un binario morto per la ricerca. Una grande passione per la politica, per i propri luoghi. Un presente pieno di soddisfazione e felicita’ all’estero. Un sacco di rabbia per le ennesime misure che il nostro Governo, con la complicita’ e ratifica del Parlamento, sta adottando per suicidare il futuro del nostro Paese.

La sua lettera e’ la mia lettera.

Anch’io “mi riferisco alla norma prevista dall’art. 28, comma 29 della Legge di Stabilità in discussione in Parlamento in questi giorni, che intenderebbe cancellare quanto previsto dall’art. 4 del decreto legislativo 49/12, che introduceva un principio sacrosanto: e cioè che si dovesse pensare anche al futuro e non solo al presente della ricerca e della didattica delle università; e che le risorse disponibili dovessero essere equamente distribuite tra le progressioni di carriera (legittime) e le immissioni in ruolo di giovani ricercatori del tipo b (a norma della legge 240/10), l’unica figura con una prospettiva certa e chiara, dopo tre anni di lavoro di ricerca di qualità, certificato dall’ottenimento dell’abilitazione nazionale da professore associato, di poter entrare a far parte dell’organico stabile dell’università.”

Anch’io, come Cosimo, credo che l’abolizione di quel principio “rappresenterebbe una scelta miope e insensata perché non guarderebbe al futuro, ma solo al presente, peggiorando un quadro già compromesso, con il rischio di ridurre il capitale umano futuro della Ricerca Italiana; quel capitale umano che dovrà innovare e confrontarsi con le altre realtà accademiche europee e mondiali; una scelta che darebbe l’avallo a quella politica universitaria incline a premiare chi sia già immesso stabilmente in ruolo”

Anch’io come Cosimo sono ancora in attesa dell’assurda conclusione della vicenda dei progetti Sir “banditi in febbraio, scaduti a marzo (un mese per scrivere un progetto?) e di cui non si conoscono gli esiti a oggi (nel mezzo, una storia fatta d’inefficienza e incompetenza, ma non mi dilungo oltre)”.

Anch’io come Cosimo credo sia stupendo fare “un’esperienza all’estero” e non e’ nemmeno la prima; pero’ credo sia un’idiozia, innanzitutto dal punto di vista dell’investimento di risorse di un Paese, se poi questo esclude la possibilità di ritornare e non prevede dall’altro lato che l’Italia ospiti altri ricercatori da altre parti del mondo per arricchirsi anch’essa.

A me va forse ancora meglio che a Cosimo, perche’ ogni mattina alle 7.30 prendo un treno che dal Queens mi porta a Manhattan, cuore pulsante della citta’ che non dorme mai. Come per Cosimo, si calcola cge lo Stato abbia investito per la mia formazione, dalla scuola primaria fino al conseguimento del titolo di Dottore di Ricerca, circa 500.000 euro. E come per Cosimo, oggi un altro Paese “trae” vantaggio da questo, senza nulla in cambio. E come per Cosimo e il sottoscritto, altre decine di migliaia. Anna, Marco, Alessia, Paolo, Valentina, Riccardo, Andrea e decine di altre amiche e amici triestini che fanno ricerca altrove, e tornerebbero domani in Italia.

Anch’io, come Cosimo, non sto affatto male. Al contrario, anch’io sto benissimo, vivo bene e sono felice, vorrei però poter decidere di farlo nel mio e per il mio Paese.

Con cio’ ho anche un motivo in piu’ per sentire di dovre combattere, e per questo mi rivolgo al suo giornale, il nostro giornale. Trieste e’ citta’ di tante cose: citta’ della Barcolana, del caffe’, delle mule, del morbin, della clanfa… Ma e’ soprattutto citta’ della scienza. E i suoi rappresentanti al Parlamento e nelle istituzioni di questo Paese hanno il dovere di ribellarsi di fronte a queste sciagurate politiche, identiche a quelle di tutti i governi che hanno preceduto quello attuale – verso il quale, come lei forse sa, non ho particolari motivi di ostilita’ – che disprezzando la ricerca e lo sviluppo disprezzano il nostro futuro.

Ho scritto piu’ volte ai miei parlamentari. Ho scritto alla Presidente della Regione, vicesegretaria nazionale del Partito Democratico. Persone verso le quali nutro stima e fiducia. Ho chiesto loro cosa intendano fare per opporsi al perseguimento di queste politiche fallimentari. Lo rifaccio mettendo questa lettera nelle mani del suo giornale. Trieste e la regione Friuli Venezia Giulia, con il loro passato e il presente, ma soprattutto per il loro futuro devono combattere in prima linea questa battaglia.