Costituenti e ricostituenti

Calamandrei, Dossetti, Togliatti, La Pira, Perassi. Boschi, Renzi, Finocchiaro, Alfano. La tentazione dell’accostamente è fortissima, in tempi di riforme costituzionali nate sotto l’auspicio dell’ennesima “legislatura costituente”.

Eppure è da un po’ che ho l’impressione che i vecchi tempi andati non erano poi questa gran figata come le memoria storica intende consegnarceli.

Un piccola testimonianza: “sono spiacevolmente sorpreso dei tanti vuoti che constato in ogni settore e debbo rammaricare vivamente che la nostra discussione non si inizi alla presenza di tutti, o almeno della maggior parte dei membri della Costituente”. Così il Presidente Terracini apostrofava l’aula il 4 marzo 1947, nella seduta in cui la plenaria si apprestava ad esaminare il progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

Suona familiare, o no?

Forse questa litania che oggi tutti sono scarsi  ieri tutti erano geni non è poi così vera. Forse è come dice un amico, ovvero che non è affatto vero che ieri gli scarsi non esistevano, semplicemente la storia li ha (giustamente) dimenticati: l’unico piccolo problema, secondo lui, è che i geni di oggi devono ancora arrivare.

O forse è il solo il tempo che, per quanto ne dica Max Gazzè, alla fine migliora le cose.

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Amaro Marino

La dimissioni ingloriosissime di Marino mi lasciano una infinita tristezza.

Per un motivo “politicamente personale”. In occasione delle primarie delle 2009 mi iscrissi al al PD soltanto per votare Marino. Il chirurgo-politico rappresentava quel vento di aria nuova, era uno bravo, intelligente, con vocazione e biografia internazionale, senza barba. Diceva le cose come andavano dette, sulle scelte di fine vita, sulla la laicità, sulle sfide grosse e i nodi irrisolti. Marino, alle primarie, era esattamente l’immagine del partito come lo voleva Debora Serracchiani nel famoso discorso ai circoli che la lanciò alla ribalta nazionale qualche anno dopo. Un partito democratico non solo nel nome, che discute e che poi decide e dice finalmente una parola chiara.

Dietro alla disfatta di Marino c’è la teoria del complotto e della congiura di Catilina 2.0, dove gli scontrini fanno la parte della coltella (o meglio, come dice un amico, della cortellata). E tutto può essere.

Davanti alla disfatta di Marino, non si capisce poi come sia stato Marino sindaco. Deludente, secondo molte analisi. Ma io mi chiedo, dal basso della mia esperienza in un Comune, come si possa valutare Marino sindaco, quando le uniche competenze davvero incisive di un Comune sono di pianificazione e programmazione. Mobilità, traffico, pianificazione urbanistica, regolamenti edilizi, pianificazione del bilancio e distribuzione delle risorse. Pianifichi, progetti, bandisci, costruisci. E in mentre fai tutto questo passano anni, magari lustri e decenni prima che la città venga trasformata secondo la tua idea.

Quello che è chiaro e che Marino è stato mollato da tutti a una velocità pazzesca e comparabile soltanto al suo consenso iniziale.

È stato mollato non solo dalla criminalità, dagli ambulanti abusivi legalizzati, dalla Roma dei condoni, dagli amici degli amici. Che, vabbé, ovvio. Ma dai sindacati, dagli amici, dagli elettori. Persino il Papa – quello che tutti dicono buono – gliene ha cantate al Sindaco che “si professa cattolico” e che non “era stato da lui invitato” negli USA (affermazione curiosa, posto che mai aveva detto di essere stato invitato dal Papa). Cornuto e mazziato

Questa cosa degli scontrini ha fatto il resto. Ammesso e non concesso che tutto sia vero (perché è davvero difficile credere che sia veramente così fesso), l’infinita serie di errori riportati con enorme (e sospetto) clamore dalla stampa è continuata con una escalation incredibile, fino a impegnarsi a versare tutti i soldi spesi per rappresentanza (e perché se non hai colpe?) e alla lettere di dimissioni-ma-anche-no.

La politica non è solo esser brave persone e oneste. Questo dovrebbe essere proprio il minimo minimo. Non è solo avere una visione del mondo che sia coerente con il sentire di chi si rappresenta e che sia al passo con i tempi. La politica è anche e soprattutto costruzione del consenso nei luoghi dove il consenso è necessario per realizzare quella visione del mondo.

E Marino il consenso non lo trovava più – per citare i classici della sinistra – “nemmeno dentro al cesso”.

La fine, dunque, è ingloriosa, e sarà seguita da chissà quali altri disastri, che abbiano la faccia dei vecchi ladri, dei nuovi incompetenti o dei nostri eroi che davanti alla battaglia più difficile si permettono di dire, sedendo comodamente su uno scranno parlamentare “no grazie, la battaglia è troppo dura, avanti qualcun’altro”.

La fine ingloriosa di Marino, per questo, è per me una notizia molto amara guardando al passato. Guardando al presente, invece, mi pare che suggerisca che è il caso di tenersi stretto chi, oltre ad avere quei requisiti minimi di cui un politico ha bisogno, ha pure la capacità di creare consenso nei luoghi dove il consenso è necessario (leggasi, Renzi). E guardando al futuro ci dice che è il caso di coltivarne altri, tanti altri, politici onesti e con una visione del mondo che sia coerente con il sentire della proprio ggggente e sia al passo con i tempi, giusto perché dipendere dalla sopravvivenza politica dell’attuale inquilino di palazzo Chigi non è esattamente una prospettiva rosea.

Mari

Mari

Dal PD si esce, uscendolo

Diciamoci la verità: in fondo in fondo nel PD siamo tutti un po’ civiatiani.

In conflitto con noi stessi, sperimentiamo tre o quattro scissioni quotidiane, siamo ciechi verso le cose che al nostro partito riescono bene ma non siamo affatto muti verso quelle che riescono male.

E perciò – così – quando ho letto che PippoCivati ha mollato il colpo (e non appena ho realizzato che non si trattasse di lercio) mi sono dispiaciuto.

E ancora di più mi sono dispiaciuto quando ho visto le reazioni strafottenti delle parti più arroganti della nostra simpatica ciurma. Di quelli che esultano ‘finalmente, finalmente’ e sfottono ‘venduto, cornuto, dimettiti dal parlamento, gombolloddo e sciechimiche’. Ma non erano nemmeno tanto rassicuranti le razioni di chi fa l’analisi della fuoriuscita, sottobranca dell’analisi della sconfitta, di chi si prodiga a dividere il mondo tra quelli che hanno ragione e quelli che hanno torto.

Uscire subito dopo l’approvazione della riforma elettorale – di questa riforma elettorale tanto gravemente imperfetta quanto ponderata, discussa, votata dentro al partito – è un capolavoro: nel migliore dei casi è condannarsi alla totale irrilevanza politica. Nel peggiore il Nostro – assieme a qualche vecchio arnese che oggi gia’ si sfrega le mani – regalera’, indirettamente ma neanche tanto, un pezzo di quell’orrendo premio di maggioranza a Grillo o al sempiterno B.

Dai tempi del consigliere regionale simpatico e brillante, del blog autentico, artigianale e scritto sempre benissimo, Civatone ha infilato una serie di errori notevoli, relegandosi alla posizione del tutto marginale, antipatica e saputella, del brontolo del partito. Ha finito cosi’ per aggiungere a Cuperlo&Bersani un’altra non alternativa fallimentare, dando ad alcuni laici e riformisti del partito, tra cui il vostro affezionatissimo, un motivo in piu’ per sentirsi felicemente moderatamente renziani. Oggi è servito l’apice dei suoi errori. Io mi auguro che quelli che avevano trovato in lui un punto di riferimento rappresentativo non commettano lo stesso errore.civati

Buon vento Pippo (e speriamo che sia bonaccia!)

specchio del Paese

Le dimissioni dal Parlamento sono una di quelle notizie a cui non siamo preparati in Italia. Sarà per questo che quelle di Enrico Letta hanno suscitato reazioni varie e contrastanti: da giù il cappello – che signore! – a perecottaio – paraculato – ladro di stipendi. Le ultime si riferiscono al suo assenteismo cronico.

Ora: valutare la buona politica dalla sola presenza è un metodo assai approssimativo, però certo che esserci è un buon punto di partenza.

Per cercare di vederci un po’ meglio mi sono andato a (ri)guardare openparlamento, un sito che si occupa esattamente di questo: valutare in modo più articolato possibile l’operato dei nostri rappresentanti.

Allora sono andato a guardare i Parlamentari triestini. Ed è un esercizio che raccomando in qualunque città o circoscrizione se vivi a Raschiacco di Faedis. Da esercitare con cautela, senza affidarsi al solo indice di produttività. A seconda delle posizioni dei parlamentari nei gruppi (capogruppo, segretario d’aula, cane sciolto, componente di gruppo di maggioranza, minoranza, piccolo/medio/grande/misto) può essere assai più facile per un parlamentare produrre attività su cui hanno lavorato altri: lo spiegano bene qui nel sito. Insomma, il sito va maneggiato con cautela, ne vanno letti i dettagli e ne va affiancata l’esperienza diretta, però è sempre meglio di ascoltare Studio Aperto.

Il risultato dell’indagine iniziata da Letta, ma continuata con Russo, Rosato, Blazina, Fedriga, Prodani, Savino, Battista

  • I parlamentari triestini sono esageratamente tanti. Tanto che ci ho messo vari minuti a ricordarmeli tutti.
  • Non sono tutti uguali. Anzi. Si occupano di cose assai diverse, anche rispetto al loro ruolo, ma mediamente l’indice di produttività è alto e lo sono soprattutto le loro presenze e la loro attivita’ emendativa.

Poi – e sembra non c’entrare nulla – mi sono imbattutto ai commenti di uno dei mitici post del Gianni nazionale Morandi, nel quale ricordava quanto recentemente l’Italia fosse un paese di immigrati. I commenti erano un’impressionante collezione di pressapochismo, razzismo e ignoranza vomitate sulla tastiera.

21 aprile. A proposito di migranti ed emigranti, non dobbiamo mai dimenticare che migliaia e migliaia di…

Posted by Gianni Morandi on Tuesday, April 21, 2015

Ho sempre avuto l’impressione che nonostante tutto la politica in Italia, ancora oggi, non sia solo un specchio del Paese. Sia – grazie al cielo – pure un po’ meglio del Paese. Ecco: continuo a crederlo.

abolire l’8 per mille

Un buon fioretto per il 2015. Abolire l’8 X 1000. O se preferite superarlo, abrogarlo, demolirmo, smontarlo, eliminarlo.

E non lo dico io, ma lo dice – sostanzialmente – la Corte dei conti.

Con la deliberazione n. 16/2014/G la sezione centrale di controllo ha infatti pubblicato, il 23 ottobre 2014, la relazione su “Destinazione e Gestione dell’8 per mille dell’IRPEF“. Una lettura integrale e’ raccomandabilissima (astenersi i deboli di cuore), ma in sintesi il quadro che se ne trae e’ questo (trovate le 98 pagine di testo a questo link):

C’e’ un fiume di denaro pubblico che dalle tasche dei cittadini viene versato, in sostanza, alla Chiesa cattolica (18 miliardi di euro dall’istituzione nei primi anni ’90).

Questo fiume di denaro viene versato mediante un sistema ingannatorio: per chi non lo sapesse (moltissimi), l’8 per mille di ogni contribuente viene distribuito comunque, anche se non si opta per nessuna destinazione. Le quote dei non optanti vengono distribuite in proporzione alle scelte degli optanti.

Il fiume di denaro pubblico in questione, “in un contesto di generalizzata riduzione delle spese sociali a causa della congiuntura economica” e’ in controtendenza e continua a incrementarsi “avendo, da tempo, superato ampiamento il MILIARDO di euro annui“, di gran lungo superiore alla spesa per il sostentamento del clero, finalita’ per cui esiste l’8X1000.

La quota di spettanza statale, che dovrebbe essere destinata a specifiche finalita’ umanitarie (a cui si e’ aggiunta quest’anno l’edilizia scolastica), viene costantemente distolta da tali finalita’ attraverso singole leggi (ad esempio nel 2013 dei 170 mln euro spettanti allo Stato per le finalita’ umanitarie, ne sono rimasti disponibili soltanto 400 mila). Come se non bastasse una quota di tali risorse, “nata come alternativa alla scelta per le confessioni, sono state veicolate, per un parte consistente, verso scopi riconducibili agli intreressi di quest’ultimo”.

Per fare un simpatico esempio, “sorprende l’ingente finanziamento concesso, in anni passati, a favore del restauro del prospetto principlae della sede della Pontificia universita’ gregoriana e del suo cortile maggiore” posto che tale sede gode della extraterritorialita’ e non riveste particolare pregio “in considerazione delle priorita’ di tutela e salvaguardia dei monumenti”. Eppure le somme di competenza STATALE per finanziare il restauro ammontano a a) 1.441.965 euro (2002) b) 370.000 (2004) c) 442.550 euro (2007) d) 457.444,83 euro (2009). Circa 2.5 mln di Euro della quota statale dell’8 per MILLE.

Tale fiume di denaro, come se non bastasse, viene gestito nella piu’ totale assenza di trasparenza e in assenza di procedure che garantiscano adeguati controlli e conoscibilita’ (ancora: non un’opinione mia, ma sono le parole inequivocabili della relazione della Corte dei conti).

Mentre la Chiesa cattolica spende un vagone di risorse (nel 2013 in pubblicita’ RAI piu’ di 3.4 Mln Euro) per pubblicizzare la possibilita’ di optare a suo favore (aggiungendovi tecniche di comunicazione – come di consueto – efficacissime, vedi il concorso http://www.ifeelcud.it), lo Stato non alza un dito, e non sorprende che le opzioni a favore dello Stato siano costantemente in diminuzione.

A fronte di questo quadro impressionante, che non rappresenta l’Unione degli Atei Agnostici e Razionalisti, che non rappresenta Marco Pannella, ma che rappresenta la Corte dei conti della Repubblica italiana, il minimo che possiamo chiedere e’ lo smantellamento di questo sistema. E non perche’ sia truffaldino; non perche’ sia in palese contrasto con il supremo principio di laicita’; non perche’ sia una lesione palese del principio di eguaglianza: semplicemente perche’ la festa e’ finita e non possiamo permettercelo.

Il Governo ne ha l’occasione, avendo ricevuto delega nella legge 11 marzo 2014, n. 23 per assicurare “la razionalizzazione e la riforma dell’istituto della destinazione dell’8 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche”. #cambiaverso: smantella l’8 per mille.

E poi? E poi si introduca uno qualsiasi dei sistemi di finanziamento che vigono nel resto del mondo (vedi pag. 21 della relazione): che non sia truffaldino, che rispetti la volonta’ del contribuente, che non leda il principio supremo di laicita’, ma che soprattutto ci costi di meno.

laicita

Portovecchio: tra (il)legalità e immobil(iar)ismo

Finalmente la politica a Trieste si mette davanti all’esigenza di scegliere. Di valutare opzioni diverse, e dividersi. Scegliere da che parte stare. Oggetto: Portovecchio.

Nessuna città sulla faccia della terra ha l’opportunità di scegliere che fare con circa 50 ettari, per lo più abbandonati, in pieno centro, sul mare più bello del mondo. E nessuna persona sana di mente in città può voler lasciare le cose come stanno. Da anni la mia parte politica sostiene che sia necessario unire l’area alla città. Prendere atto del fatto che una moderna portualità – che è prevalentemente movimentazione e non lavorazione delle merci – richiede spazi e infrastrutture che in quella zona non possono darsi, e perciò sostiene la necessita’ di una rincoversione dell’area.

portovecchio

Da anni la mia parte politica sostiene questo indirizzo, e lo scrive nero su bianco in tutti i programmi elettorali a livello comunale, provinciale e regionale. E proprio in Comune, Provincia e Regione gli elettori hanno affidato alla mia parte politica le responsaibilità di governo.

E perciò del tutto normale che, anche a livello parlamentare, deputati e senatori del PD si adoperino per creare le condizioni per realizzare quelle scelte. Non è né più né meno del mandato che hanno ricevuto. L’emendamento di Francesco Russo al Senato non è perciò né un colpo di coda, né un’imboscata, ma fa esattamente quello per cui il bravo sen. Francesco Russo siede in Parlamento. Ed è un primo passo di un percorso comunque lungo e complicato, ma – lasciando perdere i tecnicismi – muove nella direzione di trasformare la qualificazione giuridica dell’area da demanio marittimo, con tutto ciò che ne consegue, a parte del Comune di Trieste, con tutto ciò che ne consegue.

Fatto questo primo passo si è scatenata la bufera. Manifestazioni (anche se un po’ fiappe rispetto ai bei tempi andati), contestazioni, richieste di insediare commissioni comunali di controllo, esternazioni, interviste, e prese di posizione incattivite, allusive, insinuanti.

Gli argomenti che si oppongono al percorso di trasformazione di Portovecchio sono sostanzialmente questi. Chi si oppone alla sdemanializzazione afferma di lottare per la legalità, stante lo speciale status giuridico che sull’area si trarrebbe direttamente dal Trattato di Pace del 1947 (si, avete letto bene, dal Trattato di Pace del 1947). Ora: è cosa buona e giusta combattere per la legalità. Ma in questo caso non c’è nessuno che abbia ambizioni illegali. L’emendamento alla legge di stabilità è infatti lo strumento giuridico attraverso il quale si vogliono creare le condizioni per modificare lo status giuridico dell’area. Si dirà: no se pol. Tutte le opinioni, nel mondo del diritto, e in particolare in Italia, sono legittime. Nel senso “se pol” si è pero’ pronunciato l’ufficio del contenzioso diplomatico, l’autorità più alta per dare un parere giuridico sulla questione (fuori da un tribunale). In senso diverso – oltre al Governatore, se solo esistesse – si sono pronunciate le decine di esperti internazionalisti in mimetica che improvvisamente e autorevolmente si assiepano nel capoluogo giuliano. Ognuno decida a chi credere, ma non è nemmeno questo il punto. Lo strumento idoneo a modificare il regime giuridico dell’area fa parte della tecnica, non della politica.

Ci si confronti invece sulle scelte da compiere. Una parte della città, parte a cui appartengo, si auspica che quei 50 ettari (se non tutti, una gran parte) vengano trasformati in città.

Per farci cosa?

Qui è un altro punto fondamentale dell’opposizione alla riconversione di Portovecchio. Si dice che dietro alla sdemanializzazione ci sia un’operazione di speculazione immobiliarista. Come se oggi Portovecchio fosse un parco naturale, e non uno scenario desolante di magazzini abbandonati e piazzali desolati.

Se l’ambizione di trasformare piazzali desolati e magazzini abbandonati in qualunque cosa che sia viva è speculazione immobiliarista: allora viva la speculazione immobiliarista!

Se prendere atto del fatto che nel 2014 le attività portuali richiedono strutture e spazi diversi a quelli che richiedevano ai tempi di Carlo VI è speculazione: viva la speculazione!

Perché il punto è proprio questo. Il porto è certamente una linfa economica fondamentale per la città, le regione e tutta l’area geografica. Ma – dico io e diciamo in tanti da qualche decina di anni – l’espasione del Porto non può essere realizzata tra Piazza Unità e Barcola. E siamo assai proeccupati per la situazione del Porto “nuovo” (il primo porto d’Italia, arrivando dalla Slovenia), per la mancanza di investimenti infrastrutturali a lungo termine, per la gestione allegra della baracca. Ma questo è tutto un altro discorso.

In Portovecchio va deciso se si vuole fare portualità o se si vuole fare altro: e se si vuole fare altro, l’area dev’essere resa accessibile, allacciata ai servizi della città, integrata urbanisticamente. E per fare questo la sdemalizzazione è un passo preliminare utilissimo, che non è né un fine né la fine, ma è lo strumento piu efficace attraverso il quale si può cominciare a pensare di fare altro. E in questo altro ci può essere qualunque cosa: per questo esistono gli strumenti urbanistici, esistono i piani regolatori, esiste la regolamentazione con strumenti pubblicistici delle energie che provengono dal mondo imprenditoriale, dalla società. Ci si può sbizzarrire nell’immaginazione (con i limiti di decenza che suggerirebbero di evitare di proporre il trasferimento dell’ospedale di Cattinara in Portovecchio, quando esiste gia’ un altro progetto e un altro finanziamento): dalla nautica da diporto, all’artigianato nautico. Dai centri gestionali alla biblioteca civica. Dalla città della scienza al parco del mare. Dalla nuova sede della società di assicurazioni degli Emirati Arabi al museo della clanfa.

Esistono gli ordinari strumenti che servono a far venire incontro l’interesse del soggetto imprenditoriale che investe soldi (posto che non vedo enti pubblici capaci di investire un miliardo di euro nella riconversione della zona), con gli interessi generali.

Poi è vero ciò che dice il lo spirito del Natale 2014 (che ci ha portato il Carbone): bisognerà stare attenti, ed evitare che una replica scarsamente ambiziosa di servizi già offerti da altre zone della città determini soltanto il trasferimento di una macchia della città in Portovecchio, con il riempimento del Portovecchio e lo svuotamento di una zona di città. E per evitarlo sarà necessario fare del Portovecchio una calamita rivolta verso l’esterno, favorendo quell’immigrazione di risorse, idee, concorrenza, competizione, progettualità di cui Trieste, in tracollo demografico e imprenditoriale ormai da decenni, ha disperatamente bisogno.

Riunire Portovecchio alla città. Questa è la proposta fatta alla città, e questa è la direzione in cui l’emendamento della discordia porta.

Se verso questa direzione remano anche altre parti della città e della politica: evviva!.

Se la scelta non è condivisa, ciò fa parte della democrazia. Ma non si dica che si lotta per la legalità e contro l’immobiliarismo. Perché la tecnica non è fine politico, e perché Portovecchio oggi non è un parco naturale.

Si dica piuttosto cosa si vuol fare di 50 ettari abbandonati. E come. Ma soprattutto si dica – tanto più se si è governato in città e a livello nazionale nel recente passato – perché non lo si è fatto prima.

referendum NO € e la supercazzola prematurata

In questi giornI leggo a destra e a manca che il M5S sta raccogliendo firme per un referendum per uscire dall’Euro. Al di la’ del dettaglio che uscire da soli bellamente dall’euro sarebbe un formidabile modo per farsi ancora piu’ male di quanto non ci facciamo gia’, un referendum sull’euro e’ palesemente inammissibile per ragioni sulle quali non mi soffermo piu’ di tanto: i referendum abrogativi non sono ammessi sulle norme che danno esecuzione ai trattati internazionali e quelli consultivi – oltre a essere consultivi,e non determinare dunque l’uscita di nessuno da niente – vanno autorizzati da una legge costituzionale che il M5S non avra’ mai i numeri per far approvare.

Ho cercato allora di capire per cosa raccolgono le firme i nostri eroi a 5 stelle. Hanno sempre questo tiro da primi della classe, non potranno mica avere preso un granchio grosso come una granzievola?

La realta’ e’ ancora piu’ gustosa della granzievola: ai banchetti raccolgono firme a sostegno di una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare con cui modificare la costituzione per ammettere un referendum consultivo extra ordinem sull’uscita dell’Italia dall’Euro.

Cioe’ raccolgono firme per sostenere uno strumento di democrazia diretta che – al di la’ di come la si pensi sul punto – non hai MAI funzionato nella storia della repubblica (la legge di iniziativa popolare), nel senso che non ha mai portato al voto un solo progetto di legge (nemmeno ordinaria, figuriamoci costituzionale). Che, peraltro, se pure fantapoliticamente andasse al voto non troverebbe mai i numeri per venire approvato.

Non si fa prima a fare politica?

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