Primarie a Trieste: sinceramente.

E rieccoci a passare dal Via.

Il 6 marzo a Trieste ci sono le primarie per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra, che vedono contrapposti Roberto Cosolini (il sindaco uscente) e il senatore Francesco Russo (di nome, ma non di fatto).

Conosco bene entrambi i candidati. Con Roberto ho condiviso tre anni di fatiche in Consiglio comunale. Di Francesco Russo sono stato vice-segretario del partito democratico triestino.

Sarà forse per questo dato biografico, o magari per l’italica propensione ad appassionarmi ai derby, ma non mi pare il caso di drammatizzare questa competizione, che anzi spero che alla fine faccia bene a tutti.

Ciò detto, non ho dubbi su chi votare: Roberto Cosolini.

Il nostro Sindaco ha un sacco di difetti, non ultimo quello di essergli capitato di governare la città in un momento difficilissimo. Ma il numero di difetti – a cominciare dal broncio – non pareggia in nessun modo l’enorme qualità di essere un amministratore serio che va alla sostanza delle cose, che fa tante fritole e poche ciacole.

In questi anni Roberto Cosolini ha portato avanti un lavoro di squadra enorme, chiudendo o sbloccando in modo decisivo partite che a Trieste si incancrenivano da decenni.

Una lista completa sarebbe lunga e noiosa, ma qui ne appunto alcune cose che mi paiono molto importanti:

  • La pianificazione della città del futuro: l’amministrazione Cosolini in 5 anni ha fatto quello che l’amministrazione Dipiazza non era riuscita a fare in 10 (Piano della mobilità, Piano regolatore, Piano del Commercio). Questi nuovi strumenti di programmazione daranno nei prossimi anni un volto nuovo, più moderno, più europeo, e più… triestino alla città.
  • Il Portovecchio, su cui il lavoro di squadra ha consentito di superare decenni di immoblismo camberiamo con lo storico passo della sdemanializzazione, che è un punto di partenza e non certo un punto di arrivo.
  • Il Porto “nuovo”, dove ancora una volta il lavoro di squadra ha portato fuori da decenni di melme monassiche con risultati importanti e prospettive da cui trarre molta fiducia
  • Le scelte importanti e coraggiose in tema di libertà personali e diritti civili, che una città aperta, laica e pluriconfessionale chiedeva da decenni. In questi cinque anni l’amministrazione Cosolini ha istituito un importante nuovo servizio di raccolta delle dichiarazioni anticipate di trattamento (c.d. testamento biologico) e il Sindaco ha riconosciuto e affermato la necessaria parificazione dei diritti civili su cui il Parlamento – “grazie” agli scherezetti del M5S uniti alla reticenza di troppi senatori c.d. “cattodem” – si sta ancora faticosamente e timidamente prodigando
  • La serietà e sobrietà nell’amministrazione della cosa pubblica, a partire dalle nomine di amministratori che spettano al sindaco ove si è passato da una giungla di amici di amici con qualifiche più che dubbie e donne e uomini infinitamente più competenti, scelti attraverso una commissione di garanzia – non richiesta da alcuna legge e composta da gente tipo: l’ex Presidente del Tribunale – e spendendo peraltro milioni di euro in meno per le loro indennità (vedi immagine). Senza tante fanfare e annunci, semplicemente facendo quel che era giusto fare. partecipate_cosolini

L’elenco, non è un artificio retorico, potrebbe continuare in un modo insopportabilmente lungo: parte di questo elenco lo trovi nei report di mandato (qui trovi il 4o report annuale, quello più aggiornato), a cui bisogna aggiungere il dato di un città dove – nonostante, e forse proprio grazie a una forte propensione, a lamentarsi tutti e di tutto  – i servizi rimangono di altissimo livello (girare il mondo, e l’Italia in particolare, per credere), nonostante gli anni più disastrati di sempre per le finanza degli enti locali in Italia (anni in cui a Trieste, per dirne una, i posti negli asili comunali sono a u m e n t a t i )

Tutto questo per dire che la posta in gioco è davvero alta, anche se magari può non sembrare, e per questo penso sia davvero fondamentale andare tutti a sostenere Roberto Cosolini i prossimol 6 marzo. In poche parole: per finire questo grande lavoro che sta andando avanti.

Le imprevedibili vicende della vita mi hanno portato a lungo fisicamente lontano dalla città e dell’amministrazione attiva e – mi sa proprio – continueranno a tenermici distante per un po’. Questo per dire che quello a Roberto Cosolini è un sostegno che mi sento di dare con l’ottimismo della ragione e il disinteresse del cuore.

Si vota domenica 6 marzo dalle 9 alle 21 in 14 sedi, che trovi su questo sito (sullo stesso sito ci si può anche pre-iscrivere per velocizzare le operazioni di voto).

Diamoci dentro!

Vostro, affezionatissimo

Pietro

Cosolini-Russo-Primarie

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Il diritto di ridicolizzare

Dopo gli eventi di Parigi impazza un dibattito importantissimo, attorno ai limiti della libertà di espressione, alla mamma di Papa Bergogolio, alla religione, al multiculturalismo.

Nel mondo del grande pensiero capita spesso che tutto sia nuovo e niente sia nuovo, e trovo straordinariamente illuminante il pezzo di seguito di Ronald Dworkin, pubblicato nel 2006 sulla New York Review of Books, che ho trovato tradotto in italiano da Giulio Itzcovich.

Il diritto di ridicolizzare

[*The Right to Ridicule (New York Review of Books)]

R. Dworkin, 23 marzo 2006

La stampa inglese e gran parte di quella americana hanno fatto bene, tutto considerato, a non ripubblicare le vignette danesi contro le quali milioni di musulmani furenti hanno protestato in giro per il mondo con violenta e terribile distruzione. Ristamparle avrebbe molto probabilmente causato – e ancora potrebbe causare – l’uccisione di altre persone e la distruzione di altre proprietà. Avrebbe provocato un grande dolore a molti musulmani inglesi e americani perché si sarebbero sentiti dire da altri musulmani che la pubblicazione era volta a dimostrare disprezzo per la loro religione. Questa percezione in molti casi sarebbe stata inesatta e ingiustificata, eppure il dolore sarebbe stato autentico. È vero, i lettori e gli spettatori che hanno seguito la vicenda avrebbero ben potuto voler giudicare da se stessi l’impatto, l’umorismo e l’offensività delle vignette, e la stampa avrebbe perciò potuto sentirsi in dovere di fornire loro tale opportunità. Ma il pubblico non ha un diritto a leggere o vedere qualsiasi cosa voglia a prescindere dal costo, e in ogni caso le vignette sono ampiamente accessibili su internet.

A volte l’autocensura della stampa può implicare la perdita di informazioni, argomentazioni, creazioni letterarie o espressioni artistiche significative, ma non in questo caso. Potrebbe sembrare che la mancata pubblicazione dia una vittoria ai fanatici e alle autorità che hanno istigato le proteste violente e perciò li inciti a seguire tattiche simili in futuro. Ma ci sono forti indizi che l’ondata di rivolte e distruzione – scatenatasi all’improvviso, quattro mesi dopo che le vignette erano state pubblicate per la prima volta – sia stata orchestrata dai leader musulmani in Danimarca e nel Medio Oriente per ragioni politiche più ampie. Se tale analisi è corretta, allora mantenere la faccenda scottante attraverso nuove ripubblicazioni potrebbe in realtà servire gli interessi dei responsabili e remunerare la loro strategia di incoraggiamento della violenza.

C’è il pericolo reale, tuttavia, che la decisione della stampa inglese e americana di non ripubblicare, per quanto saggia, possa essere erroneamente interpretata come un sostegno all’opinione ampiamente diffusa secondo cui la libertà di parola avrebbe dei limiti e dovrebbe essere bilanciata con le virtù del “multiculturalismo” e secondo cui il governo Blair avrebbe avuto ragione dopotutto a proporre che venisse criminalizzata la pubblicazione di qualsiasi cosa sia “abusivo o insultante” per un gruppo religioso.

La libertà di parola non è soltanto un emblema speciale e caratteristico della cultura occidentale che possa essere generosamente limitato o condizionato in segno di rispetto per altre culture che lo respingono, allo stesso modo in cui in una esibizione pubblica si potrebbero affiancare la mezzaluna o la menorah ai simboli della religione cristiana. La libertà di parola è una condizione di legittimità del governo. Le leggi e le politiche pubbliche non sono legittime a meno che non siano state adottate attraverso una procedura democratica, e una procedura non è democratica se il governo ha impedito a qualcuno di esprimere le sue convinzioni riguardo a come dovrebbero essere tali leggi e politiche pubbliche.

Ridicolizzare è un genere specifico di espressione; la sua sostanza non può essere rimpacchettata in una forma retorica meno offensiva senza esprimere qualcosa di molto diverso da quel che si intendeva dire. Questa è la ragione per cui le vignette e le altre forme di scherno sono state per secoli, anche quando erano illegali, fra le armi più importanti dei movimenti politici sia nobili sia malvagi.

Quindi in una democrazia nessuno, non importa quanto potente o impotente, può avere un diritto a non essere offeso o insultato. Questo principio è di particolare importanza in un paese che lotti per l’equità etnica e razziale. Se le minoranze deboli e impopolari vogliono che il diritto le protegga dalle discriminazioni economiche o giuridiche – se vogliono che siano approvate delle leggi che proibiscono le discriminazioni in loro danno nell’accesso al lavoro, ad esempio – allora devono essere disposte a tollerare qualsiasi insulto o scherno che le persone contrarie a tale legislazione vorranno offrire a chi vota con loro, perché solo una comunità che permette tali insulti come parte del dibattito pubblico può legittimamente adottare leggi di questo genere. Se ci aspettiamo che i bigotti accettino il verdetto della maggioranza una volta che la maggioranza ha parlato, allora dobbiamo permettere loro di esprimere la propria bigotteria nell’ambito del processo il cui verdetto chiediamo loro di accettare. Qualsiasi cosa significhi il multiculturalismo – qualsiasi cosa significhi la richiesta di maggiore “rispetto” per tutti i cittadini e tutti i gruppi – le virtù del multiculturalismo sarebbero controproducenti se fossero pensate come una giustificazione della censura ufficiale.

I musulmani che sono indignati dalle vignette danesi notano che in molti paesi europei è un reato negare pubblicamente, come ha fatto il presidente dell’Iran, che l’Olocausto abbia mai avuto luogo. Dicono che la preoccupazione occidentale per la libertà di parola è perciò solo una ipocrisia egoista, e non hanno tutti i torti. Ma ovviamente il rimedio non può essere un ulteriore aggravamento del pregiudizio per la legittimità democratica, quanto piuttosto che si lavori per una nuova interpretazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che colpisca la legislazione antinegazionista e simili leggi in Europa per quello che sono: violazioni di quella libertà di espressione che la Convenzione protegge.

Si dice spesso che la religione è speciale, perché le convinzioni religiose della gente sono così centrali per la loro personalità che non si dovrebbe chiedere a nessuno di tollerare la messa in ridicolo delle proprie credenze, e perché qualcuno potrebbe sentire di avere un dovere religioso di reagire violentemente a ciò che gli appare come un sacrilegio. Il Regno Unito a quanto pare ha adottato tale posizione perché mantiene il reato di bestemmia, sebbene solo per le offese contro la Cristianità. Ma non possiamo fare un’eccezione per le offese religiose se vogliamo che il diritto protegga il libero esercizio della religione in altri modi. Se, per esempio, vogliamo impedire che la polizia selezioni le persone che sembrano o vestono come musulmani al fine di eseguire perquisizioni speciali, non possiamo anche impedire a chi si oppone a tale politica di affermare, attraverso vignette o in altro modo, che l’Islam è impegnato nel terrorismo, per quanto che tale opinione sia fuorviante. Certamente dovremmo criticare il giudizio e il buongusto di persone del genere. Ma la religione deve rispettare i principi della democrazia, non viceversa. A nessuna religione deve essere permesso di legiferare per tutti su ciò che può o non può essere disegnato, non più di quanto possa legiferare su ciò che può o non può essere mangiato. Non si può pensare che le convinzioni religiose di qualcuno prevalgano su quella libertà che rende la democrazia possibile.

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sinceramente

La lettera che segue e’ pubblicata su il Piccolo di oggi. Parla di un fenomeno migratorio un po’ diverso rispetto a quello a cui si pensa di solito. Ma che ci costa moltissimo. L’ho inviata al Direttore Possamai, che ringrazio assai per l’attenzione dedicata, dopo aver letto un’altra lettera, molto (piu’) bella. Tante lettere speriamo che facciano una frase. E che sia udibile a coloro i quali finora mi pare preferiscano non sentire.

Caro Direttore,

il giornale del gruppo Espresso la Repubblica proprio ieri ha pubblicato una lettera al Presidente della Repubblica di un ricercatore trentaduenne “fuggito” in Inghilterra. La sua storia e’ la mia storia. E quella di migliaia di altri trentenni. Una formazione pubblica in Italia. Costosissima per il Paese. Una passione sconfinata per la ricerca, per la conoscenza, per le cose del mondo. Un binario morto per la ricerca. Una grande passione per la politica, per i propri luoghi. Un presente pieno di soddisfazione e felicita’ all’estero. Un sacco di rabbia per le ennesime misure che il nostro Governo, con la complicita’ e ratifica del Parlamento, sta adottando per suicidare il futuro del nostro Paese.

La sua lettera e’ la mia lettera.

Anch’io “mi riferisco alla norma prevista dall’art. 28, comma 29 della Legge di Stabilità in discussione in Parlamento in questi giorni, che intenderebbe cancellare quanto previsto dall’art. 4 del decreto legislativo 49/12, che introduceva un principio sacrosanto: e cioè che si dovesse pensare anche al futuro e non solo al presente della ricerca e della didattica delle università; e che le risorse disponibili dovessero essere equamente distribuite tra le progressioni di carriera (legittime) e le immissioni in ruolo di giovani ricercatori del tipo b (a norma della legge 240/10), l’unica figura con una prospettiva certa e chiara, dopo tre anni di lavoro di ricerca di qualità, certificato dall’ottenimento dell’abilitazione nazionale da professore associato, di poter entrare a far parte dell’organico stabile dell’università.”

Anch’io, come Cosimo, credo che l’abolizione di quel principio “rappresenterebbe una scelta miope e insensata perché non guarderebbe al futuro, ma solo al presente, peggiorando un quadro già compromesso, con il rischio di ridurre il capitale umano futuro della Ricerca Italiana; quel capitale umano che dovrà innovare e confrontarsi con le altre realtà accademiche europee e mondiali; una scelta che darebbe l’avallo a quella politica universitaria incline a premiare chi sia già immesso stabilmente in ruolo”

Anch’io come Cosimo sono ancora in attesa dell’assurda conclusione della vicenda dei progetti Sir “banditi in febbraio, scaduti a marzo (un mese per scrivere un progetto?) e di cui non si conoscono gli esiti a oggi (nel mezzo, una storia fatta d’inefficienza e incompetenza, ma non mi dilungo oltre)”.

Anch’io come Cosimo credo sia stupendo fare “un’esperienza all’estero” e non e’ nemmeno la prima; pero’ credo sia un’idiozia, innanzitutto dal punto di vista dell’investimento di risorse di un Paese, se poi questo esclude la possibilità di ritornare e non prevede dall’altro lato che l’Italia ospiti altri ricercatori da altre parti del mondo per arricchirsi anch’essa.

A me va forse ancora meglio che a Cosimo, perche’ ogni mattina alle 7.30 prendo un treno che dal Queens mi porta a Manhattan, cuore pulsante della citta’ che non dorme mai. Come per Cosimo, si calcola cge lo Stato abbia investito per la mia formazione, dalla scuola primaria fino al conseguimento del titolo di Dottore di Ricerca, circa 500.000 euro. E come per Cosimo, oggi un altro Paese “trae” vantaggio da questo, senza nulla in cambio. E come per Cosimo e il sottoscritto, altre decine di migliaia. Anna, Marco, Alessia, Paolo, Valentina, Riccardo, Andrea e decine di altre amiche e amici triestini che fanno ricerca altrove, e tornerebbero domani in Italia.

Anch’io, come Cosimo, non sto affatto male. Al contrario, anch’io sto benissimo, vivo bene e sono felice, vorrei però poter decidere di farlo nel mio e per il mio Paese.

Con cio’ ho anche un motivo in piu’ per sentire di dovre combattere, e per questo mi rivolgo al suo giornale, il nostro giornale. Trieste e’ citta’ di tante cose: citta’ della Barcolana, del caffe’, delle mule, del morbin, della clanfa… Ma e’ soprattutto citta’ della scienza. E i suoi rappresentanti al Parlamento e nelle istituzioni di questo Paese hanno il dovere di ribellarsi di fronte a queste sciagurate politiche, identiche a quelle di tutti i governi che hanno preceduto quello attuale – verso il quale, come lei forse sa, non ho particolari motivi di ostilita’ – che disprezzando la ricerca e lo sviluppo disprezzano il nostro futuro.

Ho scritto piu’ volte ai miei parlamentari. Ho scritto alla Presidente della Regione, vicesegretaria nazionale del Partito Democratico. Persone verso le quali nutro stima e fiducia. Ho chiesto loro cosa intendano fare per opporsi al perseguimento di queste politiche fallimentari. Lo rifaccio mettendo questa lettera nelle mani del suo giornale. Trieste e la regione Friuli Venezia Giulia, con il loro passato e il presente, ma soprattutto per il loro futuro devono combattere in prima linea questa battaglia.

I gonna be myself

In un noto liceo triestino – anzi il mio amatissimo liceo – viene fuori un “caso”.

Perché? Perché c’è un supplente con il nome maschile che indossa la gonna e mette le scarpe col tacco. Che, insomma, si sente una donna.

E il caso sorge non perché vada a scuola con il culo all’aria, con il boa al collo, perché è assenteista, insegna male, o maltratta gli allievi. Sorge perché la gonna, le scarpe col tacco… Ampio articolo sul giornale, foto rubate per strada, sgangherate voci di segnalazioni al Provveditorato, un profluvio di commenti dal sapore bigotto e moralista. 

Onore al merito alla Preside che ne ha preso fermamente le difese: “è allucinante che un insegnante venga giudicato dagli abiti che indossa”.

Quando ne va di mezzo l’identità di genere e la libertà di sentirsi se stessi, sarebbe il caso di sentirsi con meno verità in tasca. Letteralmente un po’ più laici, ecco.

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[per la sezione good_news] Lo scorso 11 dicembre in Comune è stato firmato il protocollo dell’Agenzia di Solidarietà per l’affitto.  Una bella iniziativa, che coinvolge tanto pubblico e tanto privato, con obiettivi molto chiari: ridurre il volume delle abitazioni sfitte mettendo i piccoli proprietari in condizioni di affittare immobili in condizioni dignitose, godendo di sufficienti garanzie rispetto al rischio di inadempimenti; mettere in circolo più offerta, facendola incontrare con la domanda di famiglie con reddito non “sufficientemente” basso da rientrare nelle graduatorie di edilizia popolare.

Stasera se ne parla su Ballarò, RAI3 (unica televisione che le circolari da San Pietroburgo ci consentono di vedere), dalle 21.20. Do not miss it!

Per saperne di più

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Marco Cavallo

Marco Cavallo è un cavallo azzurro.
Nelle scorse settimane ha girato l’Italia con StopOPG.
Abbiamo proposto al Sindaco di offrirgli un posto in centro città.
Per ricordare la straordinaria storia di Franco Basaglia. Per ricordare soprattutto a noi stessi che non siamo la città del No Se Pol, ma che al contrario – quando lo vogliamo – sappiamo fare cose da matti.
Ve lo immaginate che bello il cavallo azzurro in una piazza del centro città?

[Per una storia di Marco Cavallo]

marco_cavallo

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TLT (seconda stella a destra) /2

Il 28/10/2013 il TAR del FVG si è pronunciato su un ricorso che chiedeva l’annullamento delle elezioni regionali perché Trieste non è in Italia, gavemo le carte, etc. Contro ogni aspettativa (!) la sentenza – pronunciata (come tutte le sentenze) in nome del popolo italiano – ha dato torto al ricorrente.

È piuttosto articolata, ma se vi interessano queste cose, vi raccomando caldamente di trovare il tempo di leggerla integralmente (qui).

Anche perché, oltre a una rigorosa ricostruzione storico-giuridica di un tema delicato sul quale ci eravamo già soffermati, vi si trovano delle chicche notevoli, di cui appunto a mo’ di esempio i paragrafi che seguono:

7. Nell’ambito delle richieste conclusive del ricorso, sia pure subordinatamente, si chiede al TAR di sospendere il giudizio inviando gli atti alternativamente al Governo Italiano o alle Nazioni Unite perché provvedano a iniziare l’iter della nomina del governatore del Territorio libero di Trieste. Si tratta di una domanda palesemente inammissibile, non contemplata da alcuna norma di legge ed esulante dai poteri di questo o di alcun giudice al mondo.

11.2 In sostanza, il cosiddetto territorio libero non era affatto libero, era uno Stato claudicante dalla nascita, sotto tutela, dimezzato, privo di essenziali attributi tipici della sovranità (possibilità di libera scelta del capo dello stato, autonomia nella politica estera, gestione dell’ordine pubblico e la dotazione di forze armate), molto simile per struttura alle ex colonie (come, ad esempio la Somalia) affidate al mandato fiduciario delle Nazioni Unite in attesa di conseguire l’indipendenza, ma – a differenza di queste – sottoposto permanentemente a una sorta di sovranità limitata, con un capo di stato per legge straniero.

15.7 In altri termini, dopo il Memorandum di Londra, il Trattato di Helsinki e il Trattato di Osimo, i confini tra Italia e Jugoslavia (oggi Slovenia) vanno considerati un elemento giuridicamente pacifico e indiscusso, così come la necessitata conseguenza che il mai nato territorio libero non è più oggetto di interesse per il diritto ma è divenuto terreno di studio per gli storici.

 21.2 […] Questo Tribunale concorda in pieno con la parte ricorrente sulla mancanza di alcun significato giuridico delle manifestazioni di piazza, sia quelle del 1953, sia quelle del 2013, tra l’altro numerose e di opposto orientamento.

22.1 […] oggi è possibile viaggiare da Muggia a Cascais senza passaporto, senza attraversare confini presidiati e utilizzando una stessa moneta, il che non sarebbe più consentito ove – come vorrebbe parte ricorrente – si ripristinasse una frontiera sulle foci del Timavo, sul Carso e sul Quieto.

22.2 La creazione di una comunità transnazionale e transfrontaliera pacifica e prospera in questa zona della mitteleuropa, incrocio di genti diverse, è ovviamente una prospettiva seria e da perseguire, giuridicamente sancita in vari accordi internazionali, la quale certamente verrebbe compromessa e minata alla radice dalla riesumazione di uno stato semicoloniale a sovranità limitata com’era il defunto territorio libero previsto dal Trattato di Parigi del 1947, per sua natura e struttura foriero di tensioni e dispute infinite.

 23.1 […] in nessun Paese democratico è consentito utilizzare la libertà di parola per incitare alla commissione di reati, anche di natura fiscale, e in genere a comportamenti illeciti (vedi articoli 414 e 415 del codice penale) o per commettere direttamente reati, come, ad esempio, il reato di abuso della credulità popolare (articolo 661 del codice penale).

 24. Questo Collegio, investito della questione del territorio libero, deve inquadrare il tentativo di evocare l’ectoplasma di uno pseudo – stato, mai nato e da decenni improponibile dal punto di vista giuridico internazionale e nazionale, in una prospettiva storica oltre che giuridica o meglio storico-giuridica, come del resto fa il ricorrente stesso sia nel ricorso introduttivo, sia a pagina 4 della memoria depositata il 23 luglio 2013, sia infine nella memoria depositata il 18 settembre 2013.

 25. In conclusiva e estrema sintesi, il cosiddetto territorio libero di Trieste giuridicamente non è mai esistito e non esisteLa sua astratta previsione ad opera del Trattato di pace di Parigi del 1947, mai attuata, è stata espressamente e legittimamente abrogata da altri Trattati internazionali, in particolare dal Memorandum di Londra del 1954, dal Trattato di Helsinki del 1975 e dal Trattato di Osimo sempre del 1975, con disposizioni confermate da numerosi altri accordi internazionali.

tanjevic

p.s. e la foto, che c’entra? C’entra, perché l’unico vero rammarico è che sfuma il sogno di vedere Boša Tanjević nominato Governatore del TLT 

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