5 giugno, Trieste #avantitutta

Il 5 giugno a Trieste si rinnova l’amministrazione comunale.

Per il sottoscritto comincia una nuova avventura accademica a Roma, che non mi permetterà di essere fisicamente della partita. Ciò che ovviamente mi dispiace, ma nella vita non si riesce sempre a fare tutto ciò che si vorrebbe. Mi dispiace perché continuare ad adoperarsi sulla rotta tracciata è importantissimo per quella che era, è e sarà la mia città.

Mi fa però piacere vedere tante amiche e tanti amici che hanno abbracciato o riabbracciato la causa, e di cui posso fidarmi più che di me stesso. E perciò, oltre a fare gli auguri a tutti loro, lo faccio in particolare ad alcuni candidati, che mi sento di sostenere in modo particolare.

Premessa:

Alle prossime elezioni, per la prima vota a Trieste sarà possibile esprimere la doppia preferenza di genere. In sostanza, l’elettore può esprimere fino a due preferenze, purché i candidati sia di sesso diverso. In sostanza si può dare la preferenza soltanto a un uomo O a una donna, oppure a un uomo E una donna (occhio, devono essere della stessa lista!).

Ciò detto: nella scheda arancione (quella per il Comune), io scriverò Francesca Romanini e Giancarlo Ressani. Sono entrambi outsider del Consiglio.

Francesca ha principalmente un piccolo difetto e un enorme pregio.

Francesca Romanini

Francesca Romanini

Il difetto è quello di essere nata a Udine. Il pregio è di aver deciso di vivere a Trieste, ormai da vent’anni, dove oggi lavora come editor in una storica casa editrice. Al di là di questo, ha una dote quasi introvabile oggi: ha le idee chiare, sa fare politica, nel senso di adoperarsi individualmente perché si raggiunga un risultato significativo per la collettività, dopo aver pensato e valutato che quel risultato sia auspicabile. E scusatemi se è poco.

Giancarlo Ressani

Giancarlo Ressani

Giancarlo è una vecchia tara che conosco fin dai tempi della scuola, con cui ho condiviso gli studi prima, e la ricerca universitaria poi, oltre che la politica, e di cui ho potuto apprezzare la prodigalità dello sforzo nella quotidianità dell’amministrazione comunale (è stato consigliere circoscrizionale negli ultimi 5 anni), quotidianità che è fatta tanto di piccoli problemi più che di ciacole. È un inguaribile ottimista nonché un’inestinguibile fonte di entusiasmo, ciò che a Trieste serve ancor più della sua (indubbia) competenza (può molto aiutare, peraltro, nelle vicende di un amministrazione locale, avere un avvocato nell’aula consiliare).

Andrea Abrami (IV circoscrizione)

Andrea Abrami (IV circoscrizione)

Si voterà anche per le circoscrizioni (scheda rosa): nella mia circoscrizione (IV, centro città) scriverò Andrea Abrami, che conosco già dai tempi della rappresentanza/resistenza studentesca e che ho sempre trovato generosamente in prima linea nelle battaglie che contano (soprattutto, ma non solo, su diritti ed eguaglianza), e che altrettanto generosamente ho sempre visto nella prima linea delle retrovie quando si trattava di mandare avanti la baracca. Oltre a ciò è una star di instragram, nel senso che ha centinaia di migliaia di follower, ma nessuno (secondo me neanche lui) capisce ancora bene il perché. 🙂

A questi tre suggerimenti, forse utili a chi vorrà coglierli, si aggiunge quello fondamentale: di barrare il nome di Roberto Cosolini sulla scheda arancione.

Primarie a Trieste: sinceramente.

E rieccoci a passare dal Via.

Il 6 marzo a Trieste ci sono le primarie per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra, che vedono contrapposti Roberto Cosolini (il sindaco uscente) e il senatore Francesco Russo (di nome, ma non di fatto).

Conosco bene entrambi i candidati. Con Roberto ho condiviso tre anni di fatiche in Consiglio comunale. Di Francesco Russo sono stato vice-segretario del partito democratico triestino.

Sarà forse per questo dato biografico, o magari per l’italica propensione ad appassionarmi ai derby, ma non mi pare il caso di drammatizzare questa competizione, che anzi spero che alla fine faccia bene a tutti.

Ciò detto, non ho dubbi su chi votare: Roberto Cosolini.

Il nostro Sindaco ha un sacco di difetti, non ultimo quello di essergli capitato di governare la città in un momento difficilissimo. Ma il numero di difetti – a cominciare dal broncio – non pareggia in nessun modo l’enorme qualità di essere un amministratore serio che va alla sostanza delle cose, che fa tante fritole e poche ciacole.

In questi anni Roberto Cosolini ha portato avanti un lavoro di squadra enorme, chiudendo o sbloccando in modo decisivo partite che a Trieste si incancrenivano da decenni.

Una lista completa sarebbe lunga e noiosa, ma qui ne appunto alcune cose che mi paiono molto importanti:

  • La pianificazione della città del futuro: l’amministrazione Cosolini in 5 anni ha fatto quello che l’amministrazione Dipiazza non era riuscita a fare in 10 (Piano della mobilità, Piano regolatore, Piano del Commercio). Questi nuovi strumenti di programmazione daranno nei prossimi anni un volto nuovo, più moderno, più europeo, e più… triestino alla città.
  • Il Portovecchio, su cui il lavoro di squadra ha consentito di superare decenni di immoblismo camberiamo con lo storico passo della sdemanializzazione, che è un punto di partenza e non certo un punto di arrivo.
  • Il Porto “nuovo”, dove ancora una volta il lavoro di squadra ha portato fuori da decenni di melme monassiche con risultati importanti e prospettive da cui trarre molta fiducia
  • Le scelte importanti e coraggiose in tema di libertà personali e diritti civili, che una città aperta, laica e pluriconfessionale chiedeva da decenni. In questi cinque anni l’amministrazione Cosolini ha istituito un importante nuovo servizio di raccolta delle dichiarazioni anticipate di trattamento (c.d. testamento biologico) e il Sindaco ha riconosciuto e affermato la necessaria parificazione dei diritti civili su cui il Parlamento – “grazie” agli scherezetti del M5S uniti alla reticenza di troppi senatori c.d. “cattodem” – si sta ancora faticosamente e timidamente prodigando
  • La serietà e sobrietà nell’amministrazione della cosa pubblica, a partire dalle nomine di amministratori che spettano al sindaco ove si è passato da una giungla di amici di amici con qualifiche più che dubbie e donne e uomini infinitamente più competenti, scelti attraverso una commissione di garanzia – non richiesta da alcuna legge e composta da gente tipo: l’ex Presidente del Tribunale – e spendendo peraltro milioni di euro in meno per le loro indennità (vedi immagine). Senza tante fanfare e annunci, semplicemente facendo quel che era giusto fare. partecipate_cosolini

L’elenco, non è un artificio retorico, potrebbe continuare in un modo insopportabilmente lungo: parte di questo elenco lo trovi nei report di mandato (qui trovi il 4o report annuale, quello più aggiornato), a cui bisogna aggiungere il dato di un città dove – nonostante, e forse proprio grazie a una forte propensione, a lamentarsi tutti e di tutto  – i servizi rimangono di altissimo livello (girare il mondo, e l’Italia in particolare, per credere), nonostante gli anni più disastrati di sempre per le finanza degli enti locali in Italia (anni in cui a Trieste, per dirne una, i posti negli asili comunali sono a u m e n t a t i )

Tutto questo per dire che la posta in gioco è davvero alta, anche se magari può non sembrare, e per questo penso sia davvero fondamentale andare tutti a sostenere Roberto Cosolini i prossimol 6 marzo. In poche parole: per finire questo grande lavoro che sta andando avanti.

Le imprevedibili vicende della vita mi hanno portato a lungo fisicamente lontano dalla città e dell’amministrazione attiva e – mi sa proprio – continueranno a tenermici distante per un po’. Questo per dire che quello a Roberto Cosolini è un sostegno che mi sento di dare con l’ottimismo della ragione e il disinteresse del cuore.

Si vota domenica 6 marzo dalle 9 alle 21 in 14 sedi, che trovi su questo sito (sullo stesso sito ci si può anche pre-iscrivere per velocizzare le operazioni di voto).

Diamoci dentro!

Vostro, affezionatissimo

Pietro

Cosolini-Russo-Primarie

Portovecchio: tra (il)legalità e immobil(iar)ismo

Finalmente la politica a Trieste si mette davanti all’esigenza di scegliere. Di valutare opzioni diverse, e dividersi. Scegliere da che parte stare. Oggetto: Portovecchio.

Nessuna città sulla faccia della terra ha l’opportunità di scegliere che fare con circa 50 ettari, per lo più abbandonati, in pieno centro, sul mare più bello del mondo. E nessuna persona sana di mente in città può voler lasciare le cose come stanno. Da anni la mia parte politica sostiene che sia necessario unire l’area alla città. Prendere atto del fatto che una moderna portualità – che è prevalentemente movimentazione e non lavorazione delle merci – richiede spazi e infrastrutture che in quella zona non possono darsi, e perciò sostiene la necessita’ di una rincoversione dell’area.

portovecchio

Da anni la mia parte politica sostiene questo indirizzo, e lo scrive nero su bianco in tutti i programmi elettorali a livello comunale, provinciale e regionale. E proprio in Comune, Provincia e Regione gli elettori hanno affidato alla mia parte politica le responsaibilità di governo.

E perciò del tutto normale che, anche a livello parlamentare, deputati e senatori del PD si adoperino per creare le condizioni per realizzare quelle scelte. Non è né più né meno del mandato che hanno ricevuto. L’emendamento di Francesco Russo al Senato non è perciò né un colpo di coda, né un’imboscata, ma fa esattamente quello per cui il bravo sen. Francesco Russo siede in Parlamento. Ed è un primo passo di un percorso comunque lungo e complicato, ma – lasciando perdere i tecnicismi – muove nella direzione di trasformare la qualificazione giuridica dell’area da demanio marittimo, con tutto ciò che ne consegue, a parte del Comune di Trieste, con tutto ciò che ne consegue.

Fatto questo primo passo si è scatenata la bufera. Manifestazioni (anche se un po’ fiappe rispetto ai bei tempi andati), contestazioni, richieste di insediare commissioni comunali di controllo, esternazioni, interviste, e prese di posizione incattivite, allusive, insinuanti.

Gli argomenti che si oppongono al percorso di trasformazione di Portovecchio sono sostanzialmente questi. Chi si oppone alla sdemanializzazione afferma di lottare per la legalità, stante lo speciale status giuridico che sull’area si trarrebbe direttamente dal Trattato di Pace del 1947 (si, avete letto bene, dal Trattato di Pace del 1947). Ora: è cosa buona e giusta combattere per la legalità. Ma in questo caso non c’è nessuno che abbia ambizioni illegali. L’emendamento alla legge di stabilità è infatti lo strumento giuridico attraverso il quale si vogliono creare le condizioni per modificare lo status giuridico dell’area. Si dirà: no se pol. Tutte le opinioni, nel mondo del diritto, e in particolare in Italia, sono legittime. Nel senso “se pol” si è pero’ pronunciato l’ufficio del contenzioso diplomatico, l’autorità più alta per dare un parere giuridico sulla questione (fuori da un tribunale). In senso diverso – oltre al Governatore, se solo esistesse – si sono pronunciate le decine di esperti internazionalisti in mimetica che improvvisamente e autorevolmente si assiepano nel capoluogo giuliano. Ognuno decida a chi credere, ma non è nemmeno questo il punto. Lo strumento idoneo a modificare il regime giuridico dell’area fa parte della tecnica, non della politica.

Ci si confronti invece sulle scelte da compiere. Una parte della città, parte a cui appartengo, si auspica che quei 50 ettari (se non tutti, una gran parte) vengano trasformati in città.

Per farci cosa?

Qui è un altro punto fondamentale dell’opposizione alla riconversione di Portovecchio. Si dice che dietro alla sdemanializzazione ci sia un’operazione di speculazione immobiliarista. Come se oggi Portovecchio fosse un parco naturale, e non uno scenario desolante di magazzini abbandonati e piazzali desolati.

Se l’ambizione di trasformare piazzali desolati e magazzini abbandonati in qualunque cosa che sia viva è speculazione immobiliarista: allora viva la speculazione immobiliarista!

Se prendere atto del fatto che nel 2014 le attività portuali richiedono strutture e spazi diversi a quelli che richiedevano ai tempi di Carlo VI è speculazione: viva la speculazione!

Perché il punto è proprio questo. Il porto è certamente una linfa economica fondamentale per la città, le regione e tutta l’area geografica. Ma – dico io e diciamo in tanti da qualche decina di anni – l’espasione del Porto non può essere realizzata tra Piazza Unità e Barcola. E siamo assai proeccupati per la situazione del Porto “nuovo” (il primo porto d’Italia, arrivando dalla Slovenia), per la mancanza di investimenti infrastrutturali a lungo termine, per la gestione allegra della baracca. Ma questo è tutto un altro discorso.

In Portovecchio va deciso se si vuole fare portualità o se si vuole fare altro: e se si vuole fare altro, l’area dev’essere resa accessibile, allacciata ai servizi della città, integrata urbanisticamente. E per fare questo la sdemalizzazione è un passo preliminare utilissimo, che non è né un fine né la fine, ma è lo strumento piu efficace attraverso il quale si può cominciare a pensare di fare altro. E in questo altro ci può essere qualunque cosa: per questo esistono gli strumenti urbanistici, esistono i piani regolatori, esiste la regolamentazione con strumenti pubblicistici delle energie che provengono dal mondo imprenditoriale, dalla società. Ci si può sbizzarrire nell’immaginazione (con i limiti di decenza che suggerirebbero di evitare di proporre il trasferimento dell’ospedale di Cattinara in Portovecchio, quando esiste gia’ un altro progetto e un altro finanziamento): dalla nautica da diporto, all’artigianato nautico. Dai centri gestionali alla biblioteca civica. Dalla città della scienza al parco del mare. Dalla nuova sede della società di assicurazioni degli Emirati Arabi al museo della clanfa.

Esistono gli ordinari strumenti che servono a far venire incontro l’interesse del soggetto imprenditoriale che investe soldi (posto che non vedo enti pubblici capaci di investire un miliardo di euro nella riconversione della zona), con gli interessi generali.

Poi è vero ciò che dice il lo spirito del Natale 2014 (che ci ha portato il Carbone): bisognerà stare attenti, ed evitare che una replica scarsamente ambiziosa di servizi già offerti da altre zone della città determini soltanto il trasferimento di una macchia della città in Portovecchio, con il riempimento del Portovecchio e lo svuotamento di una zona di città. E per evitarlo sarà necessario fare del Portovecchio una calamita rivolta verso l’esterno, favorendo quell’immigrazione di risorse, idee, concorrenza, competizione, progettualità di cui Trieste, in tracollo demografico e imprenditoriale ormai da decenni, ha disperatamente bisogno.

Riunire Portovecchio alla città. Questa è la proposta fatta alla città, e questa è la direzione in cui l’emendamento della discordia porta.

Se verso questa direzione remano anche altre parti della città e della politica: evviva!.

Se la scelta non è condivisa, ciò fa parte della democrazia. Ma non si dica che si lotta per la legalità e contro l’immobiliarismo. Perché la tecnica non è fine politico, e perché Portovecchio oggi non è un parco naturale.

Si dica piuttosto cosa si vuol fare di 50 ettari abbandonati. E come. Ma soprattutto si dica – tanto più se si è governato in città e a livello nazionale nel recente passato – perché non lo si è fatto prima.

sentinelle e anti-sentinelle

non essendo (ragionevolmente) ammessa la possibilita’ di autoritwittarsi, cedo a un delirio profetico di onnipotenza determinato dalla verticalita’ di questa citta’ che probabilmente, come il gotico, avvicina a Dio, e – dopo le notizie di oggi sui “disordini” delle antisentinelle contro le sentinelle – mi autocito.

E non vale dire che le notizie sono state esagerate. Era ovvio che sarebbe stato cosi’.
Segue classifica del campionato di intelligenza (se non altro mediatica), con abbondante approssimazione nelle denominazioni: Salvini 1, Sentinelle 1, Antisentinelle 0, centri sociali 0.
Confidiamo nel girone di ritorno.

La partita e’ importante perche’ questa cosa delle sentinelle e’ spaventosa, silenziosa negazione del dibattito, negazione della democrazia. Che si combatte con gli strumenti della democrazia, e possibilmente con buone leggi sull’eguaglianza. Non certo dando loro l’occasione di apparire come vittime.

Trst je star

Vedo grandi novità a TS. Finalmente si discute di qualcosa di nuovo. Tipo: il 1945; l’uso dello sloveno; il PD che non è un partito di sinistra. E che non esistono più le mezze stagioni.
Wow.

E qui siamo onorati per la considerazione de il Piccolo nella disputa (“lontano dagli occhi, ma non lontano dal cuore”), con un riferimento – a dire il vero un po’ parziale con il rischio di sembrare moralista, ma la è la stampa, bellezza – a uno dei primi post di questo blog.
Allora qui da NYC ci tengo a dire che in tre anni di consiglio ho conosciuto Iztok Furlanič come una persona corretta, onesta e leale, e che allo stesso modo si è sempre comportato come Presidente. Memorabile il suo contenimento nel corso delle ultime celebrazioni della giornata del ricordo, accanto al Presidente del Senato Pietro Grasso, e le impercettibili smorfie di dolore per contenersi nella sua funzione istituzionale mentre la seconda carica dello Stato interveniva a pochi centimetri di distanza in termini che il buon Iztok certo non condivideva.
E perciò, nella misura in cui Iztok esercita con grande consapevolezza la sua funzione presidenziale (e lo fa), non gli è certo impedito di esternare quello che gli pare sui giornali e fare politica come preferisce.
Le affermazioni sull’uso dello sloveno in Consiglio e sul significato del 12 giugno a Trieste fanno certamente parte della sua libertà politica.

Questo in quanto alla forma.

Poi in quanto alla sostanza mi pare che faccia molto meglio il presidente che il politico.
Sovrapporre la battaglia sull’uso dello sloveno a Trieste al conflitto sul significato del 12 giugno, mi pare una garanzia formidabile per perdere entrambe le battaglie.

Perché l’uso dello sloveno nelle istituzioni rappresentative a Trieste dovrebbe essere nel 2014 un diritto sacrosanto. Da garantire nel modo più snello, “moderno” e meno oneroso possibile, ma da garantire pienamente.

Quanto al 12 giugno (che sarebbe “una data inesistente”) è carino che Iztok dica di parlare da storico (quante funzioni in un uomo solo: istituzione, politico, storico).

Perché se la storia è la scienza della sequenza degli eventi nella linea del tempo – scienza della verità – l’affermazione è allo stesso tempo vera (i titini sono arrivati prima) e del tutto ovvia.

Foto del 12 giugno 1945, data che infatti non esiste

Foto del 12 giugno 1945, data che infatti non esiste

Se la storia invece non è la scienza della linea del tempo, mi sa che il conflitto sulle date porta con sé un disaccordo (e, colpo di scena, il disaccordo esiste anche tra gli storici!) sul concetto di liberazione, che secondo alcuni non è tale se non liberaldemocratica.
Peccato che questo disaccordo molto lontano venga usato per avere più voce nelle cose molto presenti (pur capendo le difficolta’ di un partito e di una tradizione politica inesorabilmente destinati alla scomparsa), e rischia di creare il clima peggiore che possa esistere per affermare il sacrosanto diritto per una grande comunità della città di utilizzare la madrelingua nelle istituzioni rappresentative, che con il significato che si attribuisce al 12 giugno 1945 non ha molto a che fare. A proposito di progressismo e riformismo,:ecco uno splendido regalo alle forze della conservazione.

Se timonassi, tu Monassi…

“Una Manager di numeri”. Con questo splendido motto la Presidente dell’Autorità Portuale di Trieste Marina Monassi si presenta in uno spotlight sul sito istituzionale dell’Ente.

Sorgono spontanee alcune domande: è normale che la Presidenza di un ente pubblico si lustri di uno spotlight in stile elettorale? A giudicare i siti del Porto di Genova, Venezia e Hamburg (esempi presi scientificamente a caso): no, non lo è.

lo spotlight: da notare anche l'ottima impaginazione

lo spotlight: da notare anche l’ottima impaginazione e il prestigioso “Trasbordi, eccellenza”

Seconda: è davvero una manager di numeri?

Premessa: ci fa assai piacere se il Porto di Trieste cresce e lavora bene e gli indicatori sono positivi. È uno dei vettori di sviluppo fondamentale dell’economia cittadina, regionale, nazionale e pure europea (se fossimo ambiziosi) e quindi tutti tifiamo per il porto.

Ci piacerebbe però conoscere un po’ meglio l’affidabilità di quei dati “forniti dai terminalisti” che vengono presentati con periodiche fanfare (“una manager di numeri”). Ci piacerebbe capire perché i dati di tutti gli altri grossi porti d’Italia sono forniti secondo il metodo ESPO sul sito di Assoporti, mentre i dati del Porto di Trieste non compaiono. Ci piacerebbe perché la “manager di numeri” fornisce nel suo (!) sito dati secondo i quali la movimentazione di navi registra un dato assoluto di 2274 unità nell’anno 2012, mentre secondo altri numeri che si trovano alla stessa voce sullo stesso sito dell’Autorità Portuale, calcolati con metodo ESPO, le navi erano – nello stesso anno 2012 – 4022.

Una nave è abbastanza grande, difficile che sfugga al conteggio. Difficile che ne sfuggano un paio di migliaia, no?

Manager di numeri, o manager che dà i numeri?

p.s. comunque, per chi nutrisse sospetti: “Monassi non è un congiuntivo” (cit. Sangermano).

I gonna be myself

In un noto liceo triestino – anzi il mio amatissimo liceo – viene fuori un “caso”.

Perché? Perché c’è un supplente con il nome maschile che indossa la gonna e mette le scarpe col tacco. Che, insomma, si sente una donna.

E il caso sorge non perché vada a scuola con il culo all’aria, con il boa al collo, perché è assenteista, insegna male, o maltratta gli allievi. Sorge perché la gonna, le scarpe col tacco… Ampio articolo sul giornale, foto rubate per strada, sgangherate voci di segnalazioni al Provveditorato, un profluvio di commenti dal sapore bigotto e moralista. 

Onore al merito alla Preside che ne ha preso fermamente le difese: “è allucinante che un insegnante venga giudicato dagli abiti che indossa”.

Quando ne va di mezzo l’identità di genere e la libertà di sentirsi se stessi, sarebbe il caso di sentirsi con meno verità in tasca. Letteralmente un po’ più laici, ecco.